censure anime – Anime, censure e… marketing!

Anime, censure e… marketing!

Articolo a cura di Carlo

Premessa

Quest’articolo si basa sulla lettura delle varie interviste e sulla visione dei filmati linkati, oltre che all’esperienza avuta in sede di stage per la promozione di prodotti sui social network di una casa editrice e su nozioni di economia apprese all’università.
Le idee espresse sono una mia interpretazione dei fatti, che vuole prendere in considerazione il fatto che marketing sugli anime e manga diretto a ragazzini di età scolare si fa anche in Giappone e spesso sulle stesse serie di successo di cui durante l’infanzia abbiamo visto/avuto gadget anche noi a seguito degli spot trasmessi in TV.

Introduzione

Nel 2009, in un’intervista rilasciata per un sito internet (pubblicata anche sul sito Animeclick! http://www.animeclick.it/news/18264-intervista-esclusiva-a-fabrizio-margaria-mediaset) il buon Fabrizio Margaria (direttore della fascia ragazzi di Mediaset) rispose ad una domanda sulla programmazione con una frase breve e semplice: “business is business!

Molti di quelli che lessero l’intervista non avranno certo gradito questa frase, ma essa ci rimanda ad una dura verità: gli anime (o meglio i cartoni animati in senso lato) sono un business, specialmente quelli di successo come Pokémon, Sailor Moon, Dragon Ball, Naruto …. e molte altre trasmesse che hanno fruttato (specie negli anni ’90) una fortuna non solo per via della trasmissione in TV con la successiva uscita in home video ma anche film e vario tipo di merchandising, fra cui spicca il giocattolume di vario tipo realizzato anche da aziende nipponiche (prima fra tutte la Bandai).

sailormoonmerchandiseCartoni e giochi: binomio vincente!

Precisiamo una cosa: quando in questo articolo parliamo di marketing non stiamo parlando di modellini da collezione da super-otaku, ma di bambole, pupazzetti, costumi con i relativi gadget, videogiochi, sacchetti di patatine, scarpe, magliette… Quei prodotti con i personaggi dei nostri cartoni preferiti che da piccoli tutti noi avremmo voluto almeno una volta, e che forse abbiamo avuto!
Sono molti i prodotti tratti da serie anime che sono indirizzati non solo in Italia ma anche in madre patria per un pubblico di bambini, anche se si parla di cartoni giapponesi che noi fan tradizionalmente consideriamo da adolescenti come Sailor Moon (di cui qui potete vedere uno spot di vario giocattolume e gadget in territorio nipponico https://www.youtube.com/watch?v=bgo2eRhJaO0) o Dragon Ball (https://www.youtube.com/watch?v=UrAmYmkxTP4 se andate avanti potrete vedere un “crea card” personalizzate di DBGT e altro merchandising dello Z che non mi sembra diretto ad un adolescente di 15 anni!), ma alla fine sono visti da bambini anche in Giappone, che quindi anche in patria si rivelano essere una parte importante del target di riferimento per questi prodotti!
In Giappone gli anime di successo sono come Star Wars o altri film di successo di cui vengono prodotti giochi per gli americani. Possono non essere stati concepiti per avere dei bambini come target principale, ma proprio i bambini sono i primi a cui possono piacere e a cui vendere i gadget!

“Ma come si collega tutto questo alle censure e alle scelte di adattamento che abbiamo avuto negli anni per molte serie TV?” vi chiederete voi, e la riposta è semplice.
Essendo prodotti visti anche dai ragazzini, con tutti questi gadget e di successo mondiale, è ovvio che per una rete televisiva commerciale come Mediaset ciò rappresenta un’occasione molto ghiotta che comporta due facili step:
1. comprare i diritti per la trasmissione
2. mandare in TV la pubblicità dei gadget (ovviamente in Italia licenziati da un’altra azienda milanese, la Giochi Preziosi).
Quest’ultima azione richiede però una cosa: rendere il brand dei giochi GP/Bandai appetibile per il suo target di riferimento (cioè i ragazzini in età scolare) ma ciò dev’essere fatto nel più breve tempo possibile ci deve essere comunque corrispondeza fra la terminologia usata nella serie TV e quella usata nei prodotti di merchandising, i quali (giocattoli in primis) devono avere un nome riconoscibile che i ragazzini possano ricordare facilmente, al posto di questi anglicismi come “cloth”, “Moon Stick” che per i nipponici fanno tanto figo ma qui suonano un po’ strani e astrusi!
Ecco allora perché (come affermato dal loro adattatore e dialoghista Stefano Cerioni http://cdzmillennium.altervista.org/home.php?id=info/cerioni.htm) che I Cavalieri dello Zodiaco si chiamano come la loro costellazione, e come mai anni dopo Sailor Moon ha prima lo “scettro lunare” e quello poi “di Super Sailor Moon” e perché Chibiusa ha la “magica campana di Chibiusa”: per vendere i giocattoli (e il cartone) con un nome ad effetto!

In fondo sono molti i giochi e i prodotti che per essere venduti all’estero cambiano nome, senza che questo sia una traduzione letterale di quello originale (L’Allegro Chirurgo in originale si chiama Operation). Insomma, per i produttori di giocattoli cambiare nome al prodotto basato sull’arma dell’eroe di turno ed imporlo allo studio di doppiaggio può essere un vantaggio se quello originale (tradotto o meno) non appare figo o magico nei vari paesi, per questioni anche culturali (si pensi alla Francia e al suo protezionismo linguistico, per esempio).

Certo ciò non esclude altre pratiche censorie/di adattamento di cui si è già parlato in altri articoli, ma ciò è per lo più legato ad altri motivi (come genitori e pregiudizi) che però possono rischiare di mandare a monte l’investimento se considerano tale cartone “troppo violento” o diseducativo e fanno ricorso all’AGICOM (è il caso della scena dei due killer in DBZ, costata a Mediaset centomila euro di multa, o del perché le Sailor Starlights sono divenute le sorelle gemelle dei Three Ligths) ma se si deve vendere lo si fa a cuor leggero. Anzi, meglio ancora: usiamo le versioni statunitensi, spesso già riadattate (anche pesantemente) per lo stesso motivo!
L’importante è continuare a trasmettere/vendere, tanto che vuoi che ne freghi ai giapponesi?

Tutto il mondo è paese (alla fine)

Già cosa frega di tutto questo nostro complicato intreccio di profitto, semplificazione, adattamento e censura ai giapponesi?
Alla Bandai, sicuramente niente! Per loro l’importante è esportare i propri prodotti legati ai vari cartoni anche all’estero. Che gli importa loro del fatto che in Italia Sailor Moon usi lo “Scettro dei Petali di Stelle” e non l’ “Eternal Tiare”! Se il nome fa effetto e vende, ben venga!

Ma la Toei? E la Shueisha? E gli autori dei manga? A loro dovrà pur fregare qualcosa! In fondo la Mediaset in Italia, e la 4Kids e la Viz in America stanno rovinando le loro opere in nome del profitto! Possibile che non facciano niente, che non si oppongano?
Beh, i mangaka spesso si concentrano solo sul manga, quindi possono puntare ad una buona traduzione del loro prodotto all’estero (le cui vendite saranno comunque minori rispetto al Giappone), e per i più “avidi” nuovi anime esportati vuole comunque dire “nuovi soldi dai diritti d’autore”.
La Shueisha è un editore di manga, quindi teoricamente non le dovrebbe importare degli anime (anche lì, bastano i soldini dei diritti d’autore, divisi con l’autore). Peccato che se si va a vedere chi possiede la VizMedia (una delle case che distribuiscono anime censurati negli Stati Uniti) si scopre che sono la Shueisha e Shogakkukan: due case editrici di manga (http://www.viz.com/company/about), e che la loro Joint Venture pubblica negli USA non solo i tankobon dei loro manga, ma anche una versione locale delle loro riviste di manga, ovviamente incensurati!
Ma allora perché ci sono anime (Blue Dragon per esempio) distribuiti da questa Joint Venture nipponica che sono censurati a livello della 4Kids su YuGiOh?
Per lo stesso motivo sopra spiegato per Mediaset: per continuare a vendere in una società come quella degli USA, che negli ultimi anni ha fatto del politically correct il suo cavallo di battaglia. In America ormai i personaggi animati non fumano o non bevono più alcol anche se sono i cattivi (è diseducativo), se sono neri non devono essere modellati sullo stereotipo della black face in stile anni ’40 (è razzista), non devono offendere le varie religioni del paese (specie i protestanti-conservatori della bible-belt capaci di fare casino per un nonnulla!) o ci vanno di mezzo anche gli sponsor, che nel commercio dei gadget ci hanno investito!

In fondo se alle aziende di produzione interessasse un doppiaggio fedele sempre e comunque (cosa che potrebbe compromettere il successo del brand in alcuni paesi) la Toei non avrebbe mai dato al signor Saban nel 1992 i diritti dei suoi telefilm per fare i Power Rangers (cosa che ha anche permesso alla Bandai di estendere il commercio dei modellini dei Super Sentai in occidente) usando riprese giapponesi delle loro serie di super eroi e nuove scene ex-novo made in USA, specie se negli anni gli vengono richieste dall’America scene di combattimenti ex-novo.

E questo nesso si fa ancora più profondo se pensiamo ai casi in cui l’anime non è basato su un manga, ma su un gioco o un videogame!

Quando l’anime è spot: il caso dei Pokémon

A Pasqua del 2000 ebbi il videogioco di Pokémon Blu per Game boy, giocando mi accorsi di una cosa: i nomi degli oggetti e dei luoghi nel gioco erano differenti da quelli della serie TV.
Mi spiego meglio: se in TV Ash partiva da Pallet Town verso l’Indigo Plateau e lanciava Sfere Poké nel gioco lo faceva da Biancavilla diretto all’ Altopiano Blu con le sue Poké Ball. Col tempo, mi accorsi che nelle serie successive i nomi di luoghi e oggetti si facevano sempre più omogenei a quelli dei videogame.
Quando qualche anno fa lessi questa notizia su un ridoppiaggio della prima serie (http://www.animeclick.it/news/23194-pokemon-ridoppiaggio-completo-dal-primo-episodio-con-nuova-sigla), mi fu tutto chiaro: la 4Kids e la Nintendo (casa produttrice del videogioco) avevano col tempo spinto per un’omologazione della terminologia, ponendo come ufficiale quella dei videogiochi!
Facendo altre ricerche, mi accorsi che era la Nintendo stessa a rilasciare la terminologia ufficiale di Pokémon, luoghi ed oggetti nelle varie lingue in cui il videogame veniva distribuito!
Ovviamente questo è un caso in cui l’anime è il principale spot del prodotto (il videogame) e merita di essere considerato diversamente da un adattamento nostrano simil Dragon Ball by Mediaset, però (a parte la scelta di usare la versione in lingua inglese come “versione internazionale” su cui basare i doppiaggi) ci mostra quanto forte è il potere del marketing, e di come la fedeltà o meno dipenda dal pubblico a cui si sceglie di indirizzare maggiormente il prodotto originale (in questo caso i ragazzini di età scolare che giocano col Nintendo).

Un esempio opposto ai Pokémon può essere considerato One Piece in Italia: perché la “vittoria” che ha portato ad una riduzione della censura dell’adattamento è il frutto di un cambio di target di destinazione.
A parte il fatto che dopo più di 10 anni Mediaset (allergica alla parola morte dagli anni ’80 e che vuole usare il meno possibile) si è ricordata che esistono altri sinonimi oltre ad eliminare e fare fuori (quali perire, soccombere, cadere [in battaglia], addirittura ho sentito crepare e scotennatevi in un’occasione), che comunque il protagonista si chiama ufficialmente anche da noi Mokey D. Luffy [detto Rubber, ma vabbè] va fatto notare che (anche a causa dei tempi di trasmissione della serie in patria) sono anni che in Italia non abbiamo più la pubblicità di un giocattolo o di una linea scuola di One Piece distribuito dalla Giochi Preziosi, a differenza di Dragon Ball!
Questo perché, nel bene o nel male, il pubblico di One Piece è cresciuto di età pur rimanendo fedele e (pur con tutti i suoi limiti) anche Mediaset ha dovuto adattarsi a questo fatto, “confinandola” ad essere una serie per adolescenti/giovani adulti che la seguono ormai da più di 15 anni, spostandola su Italia 2, aprendosi all’uso di parole “proibite” e ripristinando le sigle originali!

Conclusioni

Per le case di produzione e di distribuzioni di cartoni e giocattoli, gli anime sono comunque un prodotto sacrificabile all’altare del marketing, che può subire cambiamenti per essere distribuito all’estero se porta denaro e profitto, e la censura (come ripetuto varie volte da Ivo De Palma) è una protezione del loro investimento.
Fumetti e cartoni animati (al di là del paese di produzione) sono beni di consumo, spesso anche pensati per un target specifico. Ma se coi fumetti può essere più facile delimitarlo, come abbiamo visto con le serie animate (ma in generale con tutti i prodotti televisivi/cinematografici destinati al grande pubblico) è più difficile.

Anche in Giappone buona parte delle serie di successo che abbiamo visto su Mediaset vengono mandate in onda in slot paragonabili al vecchi Bim Bum Bam o Game Boat nostrani, che le porta ad essere seguite anche da ragazzini di età scolare (è il caso di One Piece, trasmesso la domenica mattina o di Sailor Moon, trasmesso allo stesso orario dei Super Sentai a cui si ispira: le sette di sera), che devono essere fidelizzati alla serie per comprare i gadget e il giocattolume associati, ma allo stesso tempo bisogna evitare che i genitori protestino, mettendo a rischio il business. Tuttavia, se questi problemi possono essere comuni a tutte le aziende di produzione/distribuzione, le differenti culture portano a soluzioni differenti per evitare scandali, che non sempre possono replicabili in tutti i paesi (per esempio i giapponesi sono anche un popolo molto meno chiassoso e più inquadrato di noi italiani, che quando ci prendiamo a cuore una cosa agiamo molto di pancia!).
Certo ciò non giustifica le varie censure Mediaset, ma aiuta a comprendere certe scelte di adattamento e di titoli (alcune delle quali rimangono molto criticabili) che dovevano necessariamente corrispondere con quello della canzone usata come sigla al fine di invogliare a vedere il cartone, portando beneficio anche ai distributori (in primis Giochi Preziosi) e ai produttori di giocattoli (Bandai).
Importare serie di successo che portano pubblicità tramite il merchandising è la natura di una TV commerciale: gli adattamenti Mediaset saranno sempre finalizzati verso un pubblico che comprende principalmente bambini, anche se la serie in questione pur non essendo nata come diretta a loro si è trasformata già in patria in un’opera che coinvolge anche i bambini, con tutti i benefici economici che ciò comporta (e che da parte di qualcuno si ha anche interesse a mantenere).

Preso atto di questi fatti, la domanda è se (in casi in cui un anime è anche un fenomeno di marketing, cosa che comporta il tentativo di lanciare anche in altri paesi i prodotti per bambini ad esso legato) la fedeltà o meno al target di riferimento “standard” (shonen e/o shojo) può e deve essere determinata dal merchandising, dai licenziatari e dai vari sponsor.
È quindi meglio un adattamento che sia fedele ai contenuti e che può rivelarsi un tracollo economico o uno che è fedele al target verso cui vengono diretti la maggior parte dei prodotti legati al brand, anche se si deve semplificare/alterare molto della storia originale? Perché in fondo quando parliamo di serie anime di successo parliamo comunque di prodotti commerciali concepiti come tali già in Giappone, per quanto siano fatti bene e per quanto tale natura possa fare schifo agli otaku più puristi.
Qualunque sia la risposta che darete, la natura commerciale delle serie non deve essere (a mio avviso) dimenticata nella discussione su cosa sia effettivamente un adattamento fedele. Se i giapponesi stessi sono i primi a vedere gli anime come business, allora forse vale la pena chiederci se sia possibile conciliare fedeltà al target primario dell’opera con quello per il target di età acquisito già in patria grazie al vario giocattolume e ai vari gadget che portano il marchio di quell’anime, e come poterlo fare.

Ultimo aggiornamento: Aprile 2015

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