Leggende Orientali – IL CAVALLO D’ORO E LA CAMICIA DEL DRAGO DI FUOCO

Racconto popolare Han (Cina)

Tradotta da Dario55

IL CAVALLO D’ORO E LA CAMICIA DEL DRAGO DI FUOCO

Ci fu un tempo un proprietario terriero che amava il denaro quanto la sua stessa vita. Ai suoi occhi la più piccola moneta appariva grande come una montagna. Era continuamente alla ricerca di nuovi modi per guadagnare soldi ed era molto avaro con i suoi mezzadri. Lo chiamavano tutti: “Spilorcio”.
Un anno un lungo periodo di siccità devastò la regione, mandando in rovina l’intero raccolto. I contadini, che erano soliti vivere del raccolto dell’anno e non avevano mai avuto una scorta di grano a cui ricorrere, furono ridotti a mangiare cortecce e radici per sopravvivere, e a un certo punto anche queste finirono. La fame li spinse a chiedere in prestito del grano da Spilorcio, i cui granai, grandi e piccoli, erano pieni da traboccare. Benché il grano fosse germogliato e la farina brulicasse di vermi, lui era talmente meschino che non ne volle spartire con loro nemmeno un granello. I contadini se ne andarono ribollendo di rabbia e risentimento e decisero di trovare un modo per dargli una lezione.
Si misero a pensarci tutti insieme ed escogitarono un piano abbastanza buono. Misero insieme una certa quantità di piccoli lingotti d’argento e riuscirono a procurarsi un piccolo e scheletrico cavallo. Imbottirono con l’argento il didietro del cavallo e lo tapparono con un batuffolo di ovatta. Poi scelsero uno di loro, un contadino il cui dono della parlantina gli era valso il soprannome di “Chiacchierone” e al quale si attribuiva il potere di far uscire i morti dalle tombe a forza di chiacchiere. Lo mandarono da Spilorcio insieme al cavallo. Vedendolo entrare, Spilorcio montò su tutte le furie. Gli si rizzarono tutti i peli in testa.
Guardò in cagnesco Chiacchierone puntandogli contro l’indice e urlando:
«Tu, maledetto idiota! Hai insozzato fin troppo il mio cortile. Sparisci dalla mia vista!»
«Calmati, padrone, ti prego», disse Chiacchierone con un sorriso malizioso. «Se mi spaventi il cavallo e lo fai rinchiudere, dovrai vendere tutto quello che hai per risarcire il danno».
«Ti stai di nuovo vantando a vanvera, Chiacchierone!» disse Spilorcio. «Quanto vuoi che possa valere questo tuo cavallino scheletrico?»
Al che Chiacchierone rispose:
«Niente, salvo il fatto che quando va di corpo, dal suo intestino escono oro e argento».
In un attimo l’ira di Spilorcio svanì, e si affrettò a domandare:
«Dove ti sei procurato questo animale?»
«L’altra notte ho fatto un sogno», cominciò Chiacchierone. Nel sogno incontravo un vecchio con la barba bianca che mi diceva: “Chiacchierone, il cavallo usato per trasportare lingotti d’oro e d’argento per il Dio della Ricchezza è stato degradato e mandato giù sulla Terra. Vai verso nordest e catturalo. Quando va di corpo, escono oro e argento. Se lo catturi, diventerai ricco”. Poi il vecchio mi ha dato una spinta e mi sono svegliato. Non ho preso la cosa sul serio, pensando che non era altro che un sogno. Mi sono girato e ho ripreso a dormire. Ma appena ho chiuso gli occhi, il vecchio è ricomparso e mi ha esortato ad affrettarmi. “Il cavallo cadrà in altre mani, se non ti sbrighi!” ha detto e mi ha dato un’altra spinta che mi ha fatto svegliare di nuovo. Mi sono vestito e sono corso fuori. Ho visto una sfera di fuoco a nordest. Quando sono arrivato fin là di corsa, il cavallo c’era davvero, e la felicità che ho provato è indescrivibile. Allora l’ho portato a casa. Il giorno dopo gli ho messo davanti un incensiere e, appena ho acceso l’incenso, il cavallo ha cominciato a espellere lingotti d’argento dal didietro».
«Dici sul serio?» chiese Spilorcio tutto eccitato.
Chiacchierone rispose:
«C’è un vecchio proverbio che dice: “Se non credi a ciò che dico, lascia che te lo dimostri”».
Chiese a Spilorcio di far portare un incensiere e di accendere un po’ d’incenso. Nel frattempo mise un vassoio a terra sotto il sedere del cavallo. Tolse senza farsi vedere il batuffolo di ovatta, e i piccoli lingotti d’argento caddero tintinnando nel vassoio. Vedendo il cavallo fare questo, Spilorcio chiese con bramosia:
«Quanto ne produce al giorno?»
«Tre o quattro tael [1 tael = 30-50 g] al giorno, per noi che siamo gente poco fortunata», rispose Chiacchierone. «Ma il vecchio del sogno ha detto che se incontra una persona veramente fortunata, ne produce trenta o quaranta».
Spilorcio pensò tra sé: “Devo essere una di queste persone. Ammettendo che riesca ad avere il cavallo, dovrà produrre almeno venti tael al giorno. Questo significa seicento tael al mese e settemiladuecento tael all’anno”.
Più la somma cresceva, più amava quel cavallo. Decise che doveva comprarlo e ne discusse con Chiacchierone.
Inizialmente Chiacchierone fece finta di non volerne sapere. Spilorcio continuò a insistere per convincerlo e gli assicurò che avrebbe pagato qualsiasi prezzo avesse chiesto. Alla fine Chiacchierone sospirò e disse:
«E va bene, hai vinto. Evidentemente sono meno fortunato di te. Te lo venderò. Ma non voglio né oro né argento, dammi solo trenta quintali di grano».
Spilorcio giudicò il prezzo molto conveniente e accettò subito. Fecero lo scambio senza indugio.
Chiacchierone si affrettò a tornare indietro con il grano e lo distribuì tra i compaesani, che furono tutti molto contenti. Spilorcio, dal canto suo, si sentiva al settimo cielo per essere diventato padrone di quel cavallo e non riusciva a smettere di ridere tra sé. Ma nello stesso tempo aveva paura di perderlo e pensò a vari posti a cui legarlo, ma nessuno gli sembrava abbastanza sicuro. Alla fine decise di legarlo in soggiorno. Stese un tappeto rosso sul pavimento e vi mise sopra un incensiere. Tutta la famiglia osservava il cavallo con impazienza, aspettando da un momento all’altro che cominciasse a produrre oro e argento.
Aspettarono fino a mezzanotte. Poi improvvisamente il cavallo allargò le zampe. Spilorcio sentiva che stava per “produrre”. Fece portare in fretta un vassoio laccato e lo tenne sotto il didietro del cavallo. Attese per un bel po’, ma non accadde niente. Ormai Spilorcio era così preoccupato che sollevò la coda del cavallo, si chinò e guardò in su per vedere cosa sarebbe successo. Ci fu un improvviso “splash”, e prima che Spilorcio potesse fare qualsiasi cosa, il cavallo gli aveva impiastricciato tutta la faccia. L’“oro liquido” gli scorreva dietro la testa e giù dal collo, coprendogli tutto il corpo. La puzza era così spaventosa che Spilorcio cominciò a saltare e a gridare e tanta fu la nausea che si mise a vomitare senza riuscire a smettere. Poi il cavallo orinò in gran quantità, rovinando il bel tappeto rosso. Per tutta la stanza c’era una puzza tremenda.. Spilorcio si rese conto di essere stato imbrogliato e in un impeto di rabbia uccise il cavallo.
La mattina seguente per prima cosa spedì un po’ di gente decisa sulle tracce di Chiacchierone. Ma gli altri contadini lo avevano già nascosto lontano dal paese. Gli uomini di Spilorcio lo cercarono dappertutto, ma tornavano sempre a mani vuote, così che la sua rabbia ed esasperazione aumentavano. Non poté fare altro che sguinzagliare delle spie e aspettare.
In un batter d’occhio venne l’inverno. Un giorno Chiacchierone non si nascose bene e fu catturato da uno degli scagnozzi di Spilorcio. Quando fu faccia a faccia con il suo nemico, Spilorcio digrignò i denti per la rabbia e senza dirgli una parola fece rinchiudere Chiacchierone nel suo mulino. Gli erano stati tolti tutti i vestiti pesanti e non gli era stato lasciato altro che una camicia di cotone nella speranza che il freddo lo uccidesse. Era la stagione più fredda dell’anno. Fuori cadeva la neve e soffiava un vento pungente. Chiacchierone stava seduto rannicchiato in un angolo tremando dal freddo. Quando il gelo diventò insopportabile, gli venne improvvisamente un’idea. Si alzò in piedi, sollevò dal suolo una grossa pietra e si mise a camminare avanti e indietro tenendola tra le braccia. Ben presto si riscaldò e cominciò a sudare. Trascorse così tutta la notte, camminando tutto intorno con la pietra e fermandosi a riposare di tanto in tanto.
Il giorno dopo, di prima mattina, Spilorcio era sicuro che Chiacchierone fosse morto. Ma quando aprì la porta del mulino, con sua grande meraviglia trovò Chiacchierone nascosto da un alone di vapore, con tutto il corpo fradicio di sudore. Chiacchierone si alzò e supplicò:
«Padrone, abbi pietà di me! Prestami un ventaglio, presto! Altrimenti morirò di caldo!»
«Come fai ad avere così caldo?» chiese Spilorcio sbalordito.
«Questa mia camicia è un prezioso cimelio di famiglia», spiegò Chiacchierone. «È chiamata la “Camicia del Drago di Fuoco”. Più il tempo diventa freddo, più fornisce calore».
«Come ne sei venuto in possesso?»
«In origine era la pelle abbandonata dal grande Drago di Fuoco. Poi la Regina dei Cieli dell’Ovest l’ha tessuta fino a ottenerne una camicia. Più tardi i miei antenati in qualche modo ne sono venuti in possesso, ed è diventata un cimelio di famiglia. È stata tramandata di generazione in generazione finché in ultimo è arrivata nelle mie mani».
Vedendo il caldo intollerabile di Chiacchierone, Spilorcio si bevve l’intera storia. Voleva avere a tutti i costi la Camicia del Drago di Fuoco, aveva completamente scordato la faccenda del cavallo d’oro e insistette per barattare il suo lungo mantello di pelliccia di volpe con la camicia. In un primo momento Chiacchierone rifiutò categoricamente, ma quando Spilorcio aggiunse al prezzo cinquanta tael d’argento, disse con un sospiro:
«Ahimé! Sono proprio un figlio indegno, per aver perduto così un bene custodito gelosamente dalla mia famiglia!»
Detto questo, si tolse la camicia e indossò il mantello di pelliccia di Spilorcio. Poi intascò i cinquanta tael d’argento e si allontanò.
La contentezza di Spilorcio era senza limiti. Qualche giorno dopo cadeva il compleanno del suocero. Per mostrare a tutti il nuovo acquisto, andò a portare i suoi auguri indossando solo la Camicia del Drago di Fuoco. Nel bel mezzo del viaggio si alzò un vento rabbioso e cominciò a nevicare. Spilorcio provava un freddo insopportabile. Il luogo era lontano da qualsiasi villaggio o locanda, e non c’era alcun tipo di riparo. Si guardò intorno e vide un albero a lato della strada, metà del quale era bruciato. Era cavo al centro e lo spazio era abbastanza largo da contenere una persona in piedi. Spilorcio si affrettò a raggiungerlo e si mise al riparo nella cavità. Ma poco dopo tutto il suo corpo diventò intirizzito per il freddo, e ben presto morì.
Qualche giorno più tardi la famiglia trovò il suo cadavere. Sapevano che era stato imbrogliato da Chiacchierone e inviarono degli uomini a prenderlo.
«La mia preziosa camicia brucia se viene a contatto con sterpi, erba o legno», spiegò Chiacchierone. «Il padrone deve essere bruciato in questo modo finché è morto. Non sono da biasimare. Non gli ho mai detto di rifugiarsi dentro un albero. Se guardate bene, vedrete che metà dell’albero è bruciata».
Quando la famiglia esaminò l’albero e vide che le cose stavano proprio come le aveva descritte Chiacchierone, non poté far altro che lasciarlo libero.

FINE

Testo originale in: http://www.pitt.edu/~dash/china.html#goldcolt

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