leggenda indiana – IL FIGLIO DELL’INDOVINO

Leggenda indiana

Tradotta da Dario55

IL FIGLIO DELL’INDOVINO

Un indovino, mentre era sul letto di morte, scrisse l’oroscopo del suo secondo figlio, che si chiamava Gangazara, e glielo lasciò come unica eredità, mentre lasciò al figlio maggiore tutti i suoi beni. Il secondo figlio meditò sull’oroscopo e disse tra sé:
“Ahimè! sono venuto al mondo solo per questo? Le profezie di mio padre non hanno mai sbagliato. Le ho viste avverarsi fino all’ultima parola quando era vivo, e che oroscopo mi ha lasciato! ‘Dalla mia nascita povertà!’ E non solo questo è nel mio destino. ‘Per dieci anni in prigione’, un destino peggiore della povertà, e poi che succederà? ‘Morte sulla spiaggia, il che significa che dovrò morire lontano da casa, lontano dagli amici e dai parenti, sulla riva del mare. E adesso viene la parte più strana dell’oroscopo: dice che dovrò ‘avere un po’ di speranza in futuro!’ Ma cosa sia questa speranza, per me è un mistero”.
Questi erano i suoi pensieri, e dopo che i riti funebri in onore del padre furono celebrati, si congedò dal fratello maggiore e partì per Benares. Ci arrivò dal centro del Deccan, ed evitando entrambe le coste, ci arrivò viaggiando a lungo per settimane e mesi, fino a quando infine raggiunse i monti. Mentre attraversava quei luoghi deserti, dovette viaggiare per un paio di giorni attraverso una pianura sabbiosa, senza segni di vita e di vegetazione. La piccola scorta di provviste che si era portato per qualche giorno a un certo punto si esaurì. Il chombu, che portava sempre pieno e riempiva con l’acqua dolce dei ruscelli o delle cisterne, si era svuotato nel calore del deserto. Tra le mani non aveva neppure un piccolo boccone di cibo, neppure una goccia d’acqua da bere. Dovunque girasse lo sguardo, non trovava che uno sterminato deserto, da cui non vedeva via di fuga.
Ma pensava tra sé: “Di certo le profezie di mio padre non hanno mai sbagliato. Sopravvivrò a questa disgrazia per trovare la morte su una spiaggia”.
Così pensava, e il suo pensiero gli dava la forza di camminare velocemente cercando di trovare una goccia d’acqua per spegnere il fuoco che gli bruciava la gola.
Infine ci riuscì: il cielo fece sì che s’imbattesse in un pozzo crollato. Pensò che avrebbe potuto raccogliere un po’ d’acqua, se avesse calato il chombu usando il laccio con cui lo trasportava. E così lo calò. Il chombu scese per un po’, poi si fermò e dal pozzo giunsero queste parole:
«Ti prego, aiutami! Sono il re delle tigri e sto morendo di fame qui dentro. Da tre giorni non mangio nulla. La fortuna ti ha fatto arrivare a me. Se ora mi aiuti, puoi star certo che io aiuterò te per il resto della tua vita. Non pensare che io sia un animale da preda. Quando mi avrai liberato, non farò mai niente contro di te. Ti prego, sii gentile, tirami fuori di qui».
Gangazara pensò: “Devo o non devo tirarlo fuori? Se lo tiro fuori, potrei diventare il primo boccone delle sue fauci affamate. No, non lo farà, perché le profezie di mio padre non hanno mai sbagliato. Devo morire su una spiaggia, non sbranato da una tigre”.
Così pensando, chiese al re delle tigri di tenersi stretto al recipiente, ciò che lui fece, e lo sollevò lentamente. La tigre raggiunse la cima del pozzo e si trovò su un terreno sicuro. Fedele alle sue parole, non fece alcun male a Gangazara. Anzi, girò tre volte intorno al suo benefattore e, postasi di fronte a lui, pronunciò umilmente queste parole:
«Salvatore della mia vita, mio benefattore! Mai dimenticherò questo giorno, in cui ho riavuto la mia vita grazie alle tue mani gentili. In cambio della tua generosità ti lascio il mio giuramento che sarò al tuo fianco in tutte le sventure. Tutte le volte che ti troverai in qualsiasi difficoltà, pensa a me, e io sarò accanto a te, pronto a sostenerti in ogni modo possibile. Ora ti dico come sono finito lì dentro. Tre giorni fa mi stavo aggirando per quella foresta laggiù, quando vidi un orafo che l’attraversava. Mi lanciai all’inseguimento. Quello, non riuscendo a sfuggire ai miei artigli, saltò nel pozzo e si mise disteso nella sua parte più profonda. Saltai dentro anch’io, ma mi trovai sul primo ripiano del pozzo, mentre lui era sull’ultimo ripiano, il quarto. Nel secondo vive un serpente affamato. Nel terzo vive un topo, anche lui affamato, e se ricominci ad attingere acqua, potrebbero chiederti di liberarli. Allo stesso modo anche l’orafo potrebbe chiedertelo. Ti prego da buon amico, non aiutare mai quel miserabile, anche se è un essere umano e quindi un tuo simile. Non bisogna mai fidarsi degli orafi. Puoi riporre più fiducia in me, una tigre, anche se a volte mangio i tuoi simili, in un serpente, il cui morso ti raffredda il sangue un attimo dopo, o in un topo, che combina un sacco di guai in casa tua. Ma non fidarti mai di un orafo. Non liberarlo, e se lo farai, te ne pentirai di sicuro prima o poi».
Dopo averlo messo in guardia con queste parole, la tigre affamata se ne andò senza attendere una risposta.

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Gangazara salva il Re tigre

Gangazara pensò a lungo al modo esplicito in cui la tigre aveva parlato e fu ammirato dalla sua scioltezza di parola. Ma la sua sete non era ancora spenta. Perciò calò nuovamente nel pozzo il chombu, che questa volta fu afferrato dal serpente, che gli si rivolse con queste parole:
«Oh, mio protettore! Tirami su! Sono il re dei serpenti, figlio di Adisesha, che in questo momento si dispera e non si dà pace per la mia scomparsa. Liberami.
Sarò sempre tuo servo, mi ricorderò del tuo aiuto e ti aiuterò in tutti i modi possibili per tutto il resto della mia vita. Fammi questo favore: sto morendo».
Gangazara, ricordandosi della “morte sulla spiaggia” della profezia, lo tirò su. Il serpente, come il Re tigre, girò tre volte intorno a lui e, prostrandosi ai suoi piedi, gli disse:
«Oh, salvatore della mia vita, padre mio, perché così devo chiamarti, dal momento che mi hai donato un’altra nascita. Tre giorni fa mi crogiolavo al sole del mattino, quando vidi un topo correre davanti a me. Lo inseguii. Cadde in questo pozzo. Lo seguii, ma invece di cadere nel terzo ripiano, dove è lui adesso, caddi nel secondo. Ora torno a rivedere mio padre. Tutte le volte che ti troverai in qualsiasi difficoltà, non dovrai far altro che pensare a me. Sarò al tuo fianco per aiutarti con tutti i mezzi possibili».
Così dicendo, il Nagaraja strisciò via a zig zag e in un attimo scomparve alla vista.
Il povero figlio dell’indovino, che ormai stava quasi per morire di sete, calò la tazza per la terza volta. Il topo la afferrò e lui, senza discutere, tirò fuori dal pozzo anche quest’ultimo povero animale. Anche il topo non se ne sarebbe mai andato senza manifestare la propria gratitudine:
«O vita della mia vita! O mio benefattore! Io sono il re dei topi. Tutte le volte che subirai una disgrazia, pensa a me. Verrò subito da te e ti aiuterò. Il mio orecchio fino ha udito tutto ciò che il Re tigre ti ha raccontato sull’orafo che si trova nel quarto ripiano. È semplicemente la triste verità che non si deve mai credere a un orafo. Perciò non aiutarlo come hai fatto con noi tre. E se lo farai, soffrirai per questo. Ora ho fame, permettimi di andarmene».
Così dicendo, anche il topo lasciò il suo benefattore e corse via.
Gangazara pensò per un certo tempo alla raccomandazione dei tre animali circa il fatto di liberare l’orafo:
“Cosa potrebbe succedermi di male se lo aiuto? Perché mai non lo dovrei liberare?”
Così pensando tra sé, Gangazara calò nuovamente la tazza. L’orafo la afferrò e chiese aiuto. Il figlio dell’indovino non aveva tempo da perdere, stava letteralmente morendo di sete. Perciò sollevò l’orafo, che incominciò a narrare la sua storia.
«Fermati un attimo», disse Gangazara, e dopo avere spento la sete calando la tazza per la quinta volta, sempre nel timore che nel pozzo ci fosse ancora qualcun altro e chiedesse il suo aiuto, si mise ad ascoltare l’orafo, che cominciò così:
«Mio caro amico, mio protettore, che mucchio di sciocchezze ti hanno raccontato su di me quei tre animali! Sono felice che tu non abbia seguito i loro consigli. Ora sto proprio morendo di fame. Permetti che me ne vada. Mi chiamo Manikkasari. Vivo nella strada est di Ujjaini, che si trova venti kas a sud di questo posto e incontrerai sul tuo cammino quando farai ritorno da Benares. Tornando al tuo paese, non dimenticare di venire a trovarmi, e riceverai la ricompensa per l’aiuto che mi hai dato».
Così dicendo, l’orafo si congedò, e anche Gangazara riprese il suo cammino verso nord dopo questa avventura.
Arrivò a Benares, dove visse per dieci anni, quasi dimenticandosi della tigre, del serpente, del topo e dell’orafo. Dopo dieci anni di vita religiosa, gli balzò alla mente il ricordo della casa e del fratello.
“Ormai ho guadagnato abbastanza meriti con la mia osservanza religiosa. Tornerò a casa”.
Così pensò tra sé Gangazara e ben presto fu sulla strada di ritorno verso il suo paese. Ricordando la profezia del padre, ripercorse la stessa strada per la quale era arrivato a Benares dieci anni prima. Mentre ripercorreva così i propri passi, arrivò al pozzo crollato dove aveva liberato i tre re animali e l’orafo. Di colpo i vecchi ricordi gli piombarono in mente e pensò alla tigre per metterne alla prova la fedeltà. Passò solo un attimo, e il Re tigre arrivò di corsa di fronte a lui tenendo in bocca una grande corona, lo splendore dei cui diamanti per un attimo superò perfino quello dei raggi del sole. Fece cadere la corona ai piedi di colui che gli aveva salvato la vita e, mettendo da parte l’orgoglio, si umiliò come un gattino sotto le carezze del suo protettore e cominciò a parlare così:
«Mio salvatore! Come hai potuto dimenticarti di me, tuo umile servitore, per così tanto tempo? Sono felice di scoprire che occupo ancora un angolino nella tua mente. Non potrò mai dimenticare quel giorno, quando le tue mani benedette mi salvarono la vita. Possiedo un certo numero di gioielli di poco valore. Dal momento che questa corona è il migliore di tutti, l’ho portata qui come ornamento di gran valore, in modo che tu la porti con te e la venda nel tuo paese».
Gangazara osservò la corona, la esaminò a lungo, contò e ricontò le gemme e pensò che sarebbe diventato l’uomo più ricco del mondo separando i diamanti e l’oro e vendendoli nel suo paese. Si congedò dal Re Tigre e, dopo che questi fu scomparso, pensò al re dei serpenti e al re dei topi, che si presentarono a loro volta davanti a lui e, dopo i consueti auguri e scambio di convenevoli, si congedarono. Gangazara fu felicissimo della fedeltà che quegli animali avevano dimostrato e riprese il suo cammino verso sud. Mentre camminava, così diceva tra sé:
“Quegli animali sono stati fedelissimi nell’assistermi. Quindi certo Manikkasari sarà ancora più fedele. Ora non voglio nulla da lui. Ma se porto questa corona con me, occuperà molto spazio nel mio bagaglio. Inoltre potrebbe richiamare la curiosità di qualche bandito lungo la strada. Adesso continuando il mio cammino arriverò a Ujjaini. Manikkasari mi ha chiesto di andare assolutamente a trovarlo lungo il mio viaggio di ritorno. Farò così e gli chiederò di fondere la corona, in modo da poter trasportare l’oro e i diamanti separati. Mi deve fare almeno questa cortesia. Poi avvolgerò i diamanti e il lingotto d’oro nei miei stracci e riprenderò la strada verso casa”.
Così pensando e ripensando arrivò a Ujjaini. Chiese della casa del suo amico orafo e la trovò senza difficoltà. Manikkasari fu felicissimo di trovare alla sua porta colui che dieci anni prima, malgrado le ripetute raccomandazioni ricevute dalla tigre, dal serpente e dal topo, lo aveva tirato fuori dal pozzo della morte. Subito Gangazara gli mostrò la corona che aveva ricevuto dal Re tigre, gli disse come l’aveva avuta e chiese il suo gentile aiuto per dividere l’oro dai diamanti. Manikkasari accettò di farlo e disse all’amico di riposarsi un po’ nell’attesa, prendendo un bagno e mangiando qualcosa; Gangazara, che era molto osservante dei riti religiosi, si recò direttamente al fiume per bagnarsi.
Come era arrivata la corona tra le fauci della tigre? Il re di Ujjaini, una settimana prima, era partito per una spedizione di caccia insieme ai suoi cacciatori. Improvvisamente il Re tigre era balzato fuori dalla foresta, aveva afferrato il re ed era scomparso.
Quando il principe fu informato da quelli del seguito della morte del padre, pianse e si lamentò, poi annunciò che avrebbe concesso metà del suo regno a chiunque gli avesse fornito notizie sull’assassino del padre. L’orafo sapeva molto bene che era stata una tigre a uccidere il re e non le mani di un cacciatore, perché aveva udito da Gangazara il modo in cui questi aveva ottenuto la corona. Allora decise di denunciare Gangazara come assassino del re e, nascosta la corona sotto gli abiti, si precipitò a palazzo. Arrivò davanti al principe, lo informò che l’assassino era stato identificato e posò la corona di fronte a lui. Il principe la prese tra le mani, la esaminò e subito concesse metà del regno a Manikkasari, poi gli domandò dell’assassino.
«Si sta bagnando nel fiume, il suo aspetto è così e così», fu la risposta.
Subito quattro soldati corsero al fiume e legarono mani e piedi il povero brahman mentre, seduto in meditazione, non immaginava minimamente il destino che incombeva su di lui. Portarono Gangazara al cospetto del principe, che girò la faccia per non guardare il presunto assassino, e ordinò ai soldati di gettarlo in una cella. Un attimo dopo, senza sapere perché, il povero brahman si trovò nell’oscurità di una cella.
Era una buia cella sotterranea, costruita con solide pietre, in cui tutti i criminali colpevoli di reati capitali erano tenuti fino all’ultimo respiro senza cibo né acqua. Così era la cella in cui fu chiuso Gangazara. Quali erano i suoi pensieri mentre lo trascinavano in prigione?
“È inutile ormai accusare l’orafo o il principe. Siamo tutti figli del destino. Dobbiamo obbedire ai suoi comandi. Questo è il primo giorno della profezia di mio padre. Fino a ora le sue affermazioni sono vere. Ma adesso dovrò passare dieci anni qui? Senza nessun mezzo di sussistenza potrò trascinare la mia vita forse per due o tre giorni. Ma come farò a trascorrere qui dieci anni? È impossibile, dovrò morire. Prima che la morte arrivi, voglio pensare agli animali miei amici”.
Così rifletteva Gangazara nella buia cella sotterranea e in quel momento cominciò a pensare ai suoi tre amici. Il Re tigre, il Re serpente e il Re topo si radunarono tutti insieme con i loro eserciti in un giardino vicino al sotterraneo e per un po’ furono incerti sul da farsi. Tennero consiglio e decisero di scavare un passaggio sotterraneo dall’interno di un pozzo crollato fino alla prigione. Il Re topo impartì subito l’ordine al suo esercito. I topi scavarono con i loro denti un lungo passaggio fino ai muri della prigione. Dopo averli raggiunti, si accorsero che le pietre erano troppo dure per essere penetrate dai loro denti. Fu allora ordinato di continuare ai topi giganti, che erano particolarmente adatti e con le loro dure zanne praticarono nel muro una stretta fessura attraverso la quale un topo poteva passare e ripassare senza difficoltà. E così fu aperto un passaggio.
Il Re topo entrò per primo a condividere la disgrazia del suo salvatore e decise di fornirgli provviste.
«Qualunque dolce o pane sia preparato in qualunque casa, uno di voi o tutti dovranno cercare di portare qualsiasi cosa possano al nostro benefattore. Qualunque abito troviate appeso in una casa, tagliatelo a pezzi, immergete i pezzi nell’acqua e portate i pezzi al nostro benefattore. Li strizzerà e raccoglierà acqua per bere, e il pane e i dolci saranno il suo cibo!»
Dopo aver impartito questi ordini, il Re topo si congedò da Gangazara. I topi, obbedendo al loro re, continuarono a fornirgli cibo e acqua.
Il Re serpente disse:
«Condivido il tuo dolore in questa disgrazia. Anche il Re tigre ti è vicino e vuole che te lo dica, perché il suo grosso corpo non può passare dove passiamo noi che siamo molto piccoli. Il re dei topi ha promesso che farà del suo meglio per fornirti il cibo. Ora vorremmo fare qualcosa per liberarti. Ordineremo ai nostri eserciti di tormentare da oggi tutti gli abitanti di questo regno. Da oggi i morti per i morsi dei serpenti e delle tigri aumenteranno centinaia di volte e continueranno ad aumentare giorno dopo giorno fino alla tua liberazione. Tutte le volte che sentirai qualcuno che si avvicina, grida in modo da essere udito: “Quel miserabile principe mi ha imprigionato con la falsa accusa di aver ucciso suo padre, mentre è stata una tigre a ucciderlo. È da allora che queste calamità si sono abbattute sul suo regno. Se sarò liberato, salverò tutti con il mio potere di sanare ferite avvelenate e con i miei incantesimi”. Qualcuno lo riferirà al re e, quando lo saprà, riavrai la libertà».
Così confortando il suo infelice protettore, gli raccomandò di farsi coraggio e si congedò da lui. Da quel giorno tigri e serpenti, agendo agli ordini dei rispettivi re, si unirono per uccidere il maggior numero possibile di persone e animali domestici. Ogni giorno molte persone erano portate via da tigri o morse da serpenti. E così trascorsero mesi e anni. Gangazara sedeva nella cella buia, senza che mai un raggio di sole arrivasse a lui, e faceva festa alle briciole di pane e ai dolci che i topi con tanta gentilezza gli fornivano. Queste prelibatezze avevano completamente trasformato il suo corpo in un una massa di carne rossa, robusta, pesante e imponente. Trascorsero così dieci interi anni, come profetizzato dall’oroscopo.
Dieci interi anni in prigione. L’ultima sera del decimo anno uno dei serpenti penetrò nella stanza da letto della principessa e le succhiò la vita. Lei esalò l’ultimo respiro. Era l’unica figlia del re. Il re mandò subito a chiamare tutti coloro che curavano i morsi dei serpenti. Promise la metà del suo regno e la mano della figlia a chi l’avesse richiamata in vita. Ora, un servo del re che aveva udito più volte le grida di Gangazara, riferì la cosa al re. Il re ordinò subito di ispezionare la cella. Un uomo sedeva dentro di essa. Come era riuscito a vivere così a lungo in quella cella? Alcuni sussurravano che doveva essere una creatura divina. Così discutevano, mentre portavano Gangazara dal re.
Il re non fece in tempo a vedere Gangazara che già era caduto a terra tanto fu colpito dalla solennità e maestosità della sua persona. I dieci anni di prigionia nella cella sotterranea avevano conferito al suo corpo una specie di luminosità. Era stato necessario tagliargli i capelli prima che gli si potesse vedere il viso. Il re gli concesse il perdono per l’antica colpa e gli chiese di riportare in vita la figlia.
«Portami tra un’ora tutti i cadaveri di uomini e animali, morti e moribondi, non ancora bruciati o sepolti che si trovano nel tuo regno, li riporterò tutti in vita», furono le sole parole pronunciate da Gangazara.
Carri carichi di cadaveri di uomini e animali cominciarono ad arrivare ogni minuto. Si dice che furono addirittura aperte delle tombe e i cadaveri seppelliti uno o due giorni prima riesumati perché fossero risuscitati. Non appena tutto fu pronto, Gangazara prese un recipiente pieno d’acqua e la spruzzò sopra i cadaveri, senza pensare ad altro che al Re serpente e al Re tigre. Tutti si ridestarono come da un sonno profondo e tornarono alle rispettive abitazioni. Anche la principessa fu riportata in vita.
La felicità del re non conobbe limiti. Maledisse il giorno in cui aveva messo in prigione Gangazara, si rimproverò per aver creduto alle parole dell’orafo e offrì a Gangazara la mano della figlia e tutto il suo regno, invece della metà che aveva promesso. Gangazara non accettò nulla, ma chiese al re di radunare tutti i sudditi in una foresta vicino alla città.
«Farò venire lì tutte le tigri e i serpenti e darò loro un ordine».
Quando tutta la città fu riunita, proprio mentre si faceva sera, Gangazara sedette per un attimo in silenzio e pensò al Re tigre e al Re serpente, che arrivarono con i loro eserciti. Alla vista delle tigri la gente cominciò a darsi alla fuga. Gangazara li fermò, assicurando che non c’era alcun pericolo.
La luce grigia della sera, il colore rubizzo di Gangazara, le sacre ceneri sparse abbondantemente sul suo corpo, le tigri e i serpenti che si umiliavano ai suoi piedi gli conferivano la maestà del dio Gangazara. Perché chi altro, con una sola parola, poteva comandare grandi eserciti di tigri e serpenti, si ripetevano l’uno con l’altro.
«Non farci caso, può essere frutto di magia. Non è gran cosa. Colui che ha richiamato in vita carri carichi di corpi dimostra di essere sicuramente il dio Gangazara», dicevano altri.
«Perché, figli miei, tormentate così questi poveri sudditi di Ujjaini? Rispondetemi, e d’ora in avanti cessate le vostre devastazioni».
Così disse il figlio dell’indovino, e la risposta arrivò dal re delle tigri:
«Perché questo indegno re ti ha gettato in prigione, mio signore, credendo alle semplici parole di un orafo, secondo il quale gli hai ucciso il padre? Tutti i cacciatori gli avevano riferito che il padre era stato trascinato via da una tigre. Io fui il messaggero di morte, inviato a infliggergli il colpo mortale. Lo feci e portai la corona a te, mio signore. Il principe non ha indagato e ti ha imprigionato. Come possiamo attendere giustizia da un re così ottuso? Se non si decide ad amministrare la giustizia in un modo migliore, continueremo nella nostra devastazione».
Il re udì, maledisse il giorno in cui aveva creduto alle parole dell’orafo, si percosse il capo, si strappò i capelli e si lamentò per l’ingiustizia commessa, chiese mille volte perdono e giurò che da quel giorno avrebbe regnato con giustizia. Il Re serpente e il Re tigre promisero a loro volta che avrebbero mantenuto fede al loro giuramento fino a quando ci sarebbe stata giustizia, poi se ne andarono. L’orafo fuggì per salvarsi la vita. Fu catturato dai soldati del re e perdonato dal magnanimo Gangazara, la cui voce ormai regnava suprema. Tutti fecero ritorno alle proprie case.
Il re esortò nuovamente Gangazara ad accettare la mano della figlia. Questa volta accettò, ma non subito, solo qualche tempo dopo. Prima voleva andare a rivedere il fratello maggiore, poi al ritorno avrebbe sposato la principessa. Il re acconsentì, e Gangazara lasciò la città quel giorno stesso e prese la via di casa.

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Ganesha

Accadde che senza volerlo imboccò una strada sbagliata e dovette passare vicino a una spiaggia. Il fratello maggiore si stava recando anche lui a Benares e stava percorrendo la stessa strada. Si incontrarono e si riconobbero subito anche da lontano. Si gettarono l’uno nelle braccia dell’altro. Rimasero in silenzio per un po’, senza riuscire a pensare a nulla, tanta era la felicità. La gioia di Gangazara fu così grande, che morì per la felicità.
Il fratello maggiore era un fedele devoto di Ganesha. Era venerdì, il giorno consacrato a quel dio. Il fratello maggiore portò il cadavere al più vicino tempio di Ganesha e lo invocò. Il dio venne e gli chiese cosa desiderasse.
«Il mio povero fratello è morto e questo è il suo cadavere. Ti prego, prendilo sotto la tua protezione mentre celebro i tuoi riti. Se lo lascio da qualche parte, i demoni potrebbero portarlo via mentre non sono presente per pregarti. Una volta terminati i riti, lo brucerò».
Così disse il fratello maggiore e, affidato il corpo al dio Ganesha, andò a prepararsi per i cerimoniali del dio. Ganesha affidò il cadavere ai suoi Ganas, chiedendo loro di vegliarlo con attenzione. Ma invece di obbedire, essi lo divorarono.
Il fratello maggiore, dopo aver terminato il puja, chiese al dio di restituirgli il cadavere. Il dio chiamò i suoi Ganas che arrivarono al suo cospetto a occhi bassi e temendo l’ira del loro maestro. Il dio s’infuriò terribilmente. Anche il fratello maggiore si arrabbiò molto. Poiché il cadavere non gli era stato restituito, disse in tono sferzante:
«È così dunque che viene ripagata la mia profonda fede in te? Non sei neppure capace di restituirmi il cadavere di mio fratello».
Ganesha si vergognò profondamente per il rimprovero. Così, con i suoi poteri divini, gli restituì un Gangazara vivo al posto del corpo senza vita. E il secondo figlio dell’indovino fu riportato in vita.
I due fratelli parlarono a lungo delle rispettive avventure. Poi tornarono insieme a Ujjaini, dove Gangazara sposò la principessa e successe al trono del regno. Regnò a lungo e concesse molti benefici al fratello maggiore. E così l’oroscopo si avverò completamente.


NOTE

Testo originale e illustrazioni in: Indian Fairy Tales, London, 1892 (edizione elettronica: http://www.gutenberg.org/files/7128/7128-h/7128-h.htm)

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