Leggende Orientali – IL GOBLIN DI ADACHIGAHARA

Leggenda dal Giappone

Tradotta da Dario55

IL GOBLIN DI ADACHIGAHARA

Tantissimo tempo fa nella provincia di Mutzu in Giappone c’era una grande pianura chiamata Adachigahara. Si raccontava che in quel luogo andasse a caccia un goblin antropofago che assumeva la forma di una vecchia.
Periodicamente parecchi viaggiatori sparivano, e le vecchie la sera attorno ai bracieri e le giovani mentre lavavano il riso vicino ai pozzi al mattino bisbigliavano storie spaventose sul modo in cui la gente scomparsa era stata attirata nella capanna del goblin e divorata, perché il goblin si nutriva di carne umana. Nessuno osava avventurarsi dalle parti della zona di caccia dopo il tramonto e tutti quelli che potevano farlo la evitavano anche di giorno, e i viaggiatori venivano avvertiti di guardarsi da quel terribile luogo.

Il monaco chiede ospitalità alla vecchia

Un giorno, mentre il sole stava tramontando, un sacerdote giunse in quella pianura. Era un viaggiatore colto dall’oscurità, e i suoi abiti indicavano che si trattava di un pellegrino buddista che andava in pellegrinaggio da un tempio all’altro per implorare benedizioni o per chiedere perdono dei propri peccati.
A quanto sembrava, si era smarrito, e dato che l’ora era tarda non aveva trovato nessuno che gli indicasse il cammino o che lo mettesse in guardia dalla zona di caccia.
Aveva camminato tutto il giorno e adesso era stanco e affamato, la sera era fredda perché era autunno inoltrato, e lui desiderava ardentemente trovare una casa in cui ottenere un asilo per la notte. Si sentiva perduto in mezzo a quella vasta pianura e si guardava inutilmente attorno per scorgere le tracce di un’abitazione umana.
Alla fine, dopo aver girovagato qua e là per molte ore, vide una macchia di alberi in lontananza e attraverso gli alberi colse il luccichio di un raggio di luce. Felice esclamò:
«Certamente si tratta di una capanna in cui troverò un asilo per la notte».
Seguendo la luce, trascinò più in fretta che poteva i piedi stanchi e doloranti verso la macchia e ben presto giunse a una piccola capanna dall’aspetto miserevole. Quando le fu vicino vide che era in condizioni fatiscenti: il recinto di bambù era rotto in più punti ed erbacce e rampicanti si facevano largo attraverso le aperture. I pannelli di carta che in Giappone fungono da porte e da finestre erano pieni di buchi, i sostegni della casa si piegavano sotto il peso degli anni e sembrava che non ce la facessero più a sorreggere il vecchio tetto di paglia. La capanna era aperta e una donna sedeva alla luce di una vecchia lampada e filava laboriosa.
Il pellegrino la chiamò attraverso il recinto di bambù e disse:
«O Baa San [onorevole vecchia], buona sera! Sono un viaggiatore e ti prego di perdonarmi, ma ho smarrito la strada e non so cosa fare, poiché non ho un posto per riposarmi stanotte. Ti supplico di essere tanto buona da lasciarmi trascorrere la notte sotto il tuo tetto».
Non appena la vecchia lo udì, smise di filare, si alzò e si avvicinò all’intruso.
«Sono davvero dispiaciuta per te. Devi essere veramente addolorato per avere smarrito la strada in una zona così desolata e a un’ora tanto tarda. Purtroppo non posso aiutarti, perché non ho un letto in cui farti riposare e non posso offrire nessun genere di sistemazione in questo misero luogo».
«Oh, questo non ha importanza» disse il sacerdote. «Tutto quello che desidero è un tetto sotto cui rifugiarmi per la notte, e se sei così buona da permettermi semplicemente di sdraiarmi sul pavimento della cucina, te ne sarò grato. Sono troppo stanco per camminare ancora questa sera e spero che non dirai di no, altrimenti sarò costretto a dormire all’aperto nel freddo della pianura».
Così dicendo cercava di convincere la vecchia a permettergli di rimanere.
La donna sembrava molto riluttante, ma alla fine disse:
«E va bene, puoi rimanere qui. Posso offrirti una ospitalità molto misera, ma ora entra e accenderò il fuoco, perché la notte è fredda».
Il pellegrino fu ben contento di fare ciò che gli aveva detto. Si sfilò i sandali ed entrò nella capanna. La vecchia prese allora un po’ di legna, accese il fuoco e invitò l’ospite ad avvicinarsi e a riscaldarsi.
«Devi essere affamato dopo tanto camminare» disse la vecchia. «Vado a prepararti qualcosa per la cena», e si avviò verso la cucina per cuocere un po’ di riso.
Dopo che il sacerdote ebbe finito di cenare, la vecchia sedette presso il focolare e i due chiacchierarono per molto tempo. Il pellegrino pensava tra sé che era stato molto fortunato a incontrare una vecchia tanto gentile e ospitale. Alla fine la legna si consumò, e quando il fuoco a poco a poco si spense, il pellegrino cominciò a tremare come quando era arrivato.
«Vedo che hai freddo» disse la vecchia. «Vado a raccogliere un altro po’ di legna perché l’abbiamo usata tutta. Tu resta qui e sorveglia la casa mentre sono fuori».
«No, no» disse il pellegrino «lascia che vada io: tu sei vecchia e non voglio assolutamente che vada fuori a far legna per me in questa notte fredda!»
La vecchia agitò le mani e disse:
«Tu devi restare qui tranquillo, perché sei mio ospite». Poi lo lasciò e uscì.
Un attimo dopo tornò indietro e disse:
«Resta seduto dove sei e non ti muovere. E qualunque cosa accada non avvicinarti e non guardare nella stanza sul retro. Ricordati bene quello che ti ho detto!»
«Se non vuoi che mi avvicini alla stanza sul retro, farò senz’altro ciò che dici» disse il sacerdote abbastanza perplesso.
La vecchia uscì di nuovo e il sacerdote rimase solo.

Il monaco scopre la stanza degli orrori

Il fuoco si era spento completamente, e l’unica luce nella capanna era quella di una fioca lampada.
Per la prima volta quella notte il pellegrino cominciò ad avere la sensazione di trovarsi in un posto strano, e le parole della vecchia, “Qualunque cosa accada non guardare nella stanza sul retro”, risvegliavano il suo timore e la sua curiosità.
Quale mistero si nascondeva in quella stanza che lei non voleva che lui vedesse? Per un po’ il ricordo della promessa fatta alla vecchia lo tenne tranquillo, ma alla fine non poté più resistere alla curiosità di dare un’occhiata al luogo proibito.
Si alzò e cominciò a dirigersi lentamente verso la stanza sul retro.
Poi il pensiero che la vecchia si sarebbe arrabbiata moltissimo con lui se le avesse disobbedito, lo fece tornare al suo posto vicino al focolare.
Mentre i minuti passavano lenti e la vecchia non tornava, cominciò a sentirsi sempre più infreddolito e a domandarsi quale terribile segreto si celasse nella stanza dietro di lui. Doveva scoprirlo.
«Non saprà mai che ho guardato se non glielo dirò. Darò solo una sbirciatina prima che ritorni», disse a se stesso.
Così dicendo, si rizzò sui piedi (perché era stato seduto fino a quel momento alla maniera giapponese, con i piedi sotto di sé) e strisciò furtivamente verso il luogo proibito. Con mani tremanti spinse all’indietro la porta scorrevole e guardò.
Ciò che vide gli gelò il sangue nelle vene.
La camera era piena di ossa umane e le pareti e il pavimento erano ricoperti di sangue umano. In un angolo una pila di teschi uno sull’altro arrivava fino al soffitto, in un altro c’era un cumulo di ossa delle braccia, in un altro un mucchio di ossa delle gambe. L’odore ripugnante lo faceva svenire.
Cadde all’indietro pieno di orrore e per un po’ giacque sul pavimento come un mucchietto di stracci. Aveva un aspetto pietoso, tremava dalla testa ai piedi e batteva i denti, tanto che riuscì a malapena a trascinarsi lontano da quel posto terrificante.
«Che orrore!» gridava. «In quale orrenda tana mi ha condotto il mio cammino? Che Buddha mi aiuti altrimenti sono perduto. È mai possibile che quella vecchia gentile sia in realtà il goblin antropofago? Quando tornerà, si mostrerà nel suo vero aspetto e mi mangerà in un boccone!»
Quando ebbe detto ciò, gli ritornarono le forze e, preso il cappello e il bastone, si precipitò fuori dalla casa alla massima velocità a cui le sue gambe potevano portarlo.
Mentre correva nella notte, il suo unico pensiero era di allontanarsi più che poteva dal terreno di caccia della strega.
Non era arrivato lontano, quando udì dei passi dietro di lui e una voce che gridava: «Fermo! Fermo!»

Il monaco fugge dal Goblin

Corse avanti a velocità raddoppiata, facendo finta di non sentire.
Mentre correva udiva i passi dietro di lui farsi sempre più vicini, finché riconobbe la voce della vecchia che diventava sempre più forte man mano che si avvicinava.
«Fermo! Fermo, uomo malvagio, perché hai guardato nella stanza proibita?»
Il sacerdote dimenticò completamente la sua stanchezza e i suoi piedi volarono sul terreno veloci come non mai.
Il terrore gli dava forza, perché sapeva che se il goblin lo avesse catturato, sarebbe presto diventato una delle sue vittime.
Con tutto il cuore andava ripetendo la preghiera a Buddha:
«Namu Amida Butsu, Namu Amida Butsu».
E dietro di lui si precipitava la terribile vecchia strega con i capelli che svolazzavano nel vento e il volto che si tramutava nel furore in quello del demone che in realtà era.
Nelle mani teneva un grosso coltello macchiato di sangue e urlava dietro di lui: «Fermo! Fermo!»
Infine, quanto il sacerdote si rese conto di non essere più in grado di correre, spuntò l’alba, il goblin svanì insieme all’oscurità della notte e lui fu salvo.
In quel momento il sacerdote capì che aveva incontrato il Goblin di Adachigahara, alla cui storia non aveva mai creduto pur avendola ascoltata molte volte.
Si rese conto che doveva la sua fuga prodigiosa alla protezione di Buddha che aveva pregato di aiutarlo, perciò prese il rosario e, piegando le mani verso il sole nascente, innalzò le più fervide preghiere di ringraziamento.
Quindi diresse il suo cammino verso un’altra parte del paese, felicissimo di lasciare dietro di sé quel terribile territorio di caccia.

FINE

Immagini tratte dai siti: http://durendal.org e http://www.uexpress.com

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