Leggende Orientali – IL MONTE DELLE OSSA BIANCHE

Leggenda dalla Cina

Tradotta da Dario55

Leggenda horror, che può mettere paura ai più piccoli.

IL MONTE DELLE OSSA BIANCHE

Ai piedi del monte Shumongatake, all’estremo nordest della provincia di Echigo, ci fu un tempo – e probabilmente c’è ancora adesso, in rovina o restaurato – un tempio di una certa importanza, essendo il luogo di sepoltura degli antenati del signore feudale Yamana. Il nome del tempio era Fumonji, e molti grandi e importanti sacerdoti l’avevano custodito, generazione dopo generazione, grazie alle donazioni dei parenti di Yamana. Tra i sacerdoti che governarono il tempo ce ne fu uno di nome Ajari Joan, figlio adottivo della famiglia Otomo.
Ajari era colto e virtuoso e aveva molti seguaci, ma un giorno la vista di una ragazza di diciotto anni molto bella di nome Kiku (Crisantemo), turbò il suo equilibrio religioso. S’innamorò perdutamente di lei, pronto a sacrificare posizione e reputazione purché lei cedesse alle sue suppliche e lo sposasse; ma la bella O Kiku San rifiutò ogni preghiera. Un anno dopo si ammalò gravemente di febbri e morì, e cominciarono a diffondersi voci secondo cui Ajari, il sacerdote, le aveva scagliato delle maledizioni per gelosia e ne aveva causato la malattia e la morte. Queste dicerie non erano del tutto infondate, poiché Ajari impazzì neppure una settimana dopo la morte di O Kiku. Trascurò i servizi sacri e peggiorò sempre più, correndo come un animale selvaggio su e giù per il tempio, urlando durante la notte e terrorizzando tutti quelli che si avvicinavano. Infine, una notte, dissotterrò il corpo di O Kiku e divorò una parte delle sue carni.
La gente disse che si era trasformato in un demone e nessuno osò più avvicinarsi al tempio; anche i sacerdoti più giovani lo abbandonarono, e alla fine rimase solo. La gente era talmente terrorizzata che non si recò più al tempio, che ben presto cadde in rovina. Cespugli spinosi crebbero sul tetto, si formò muschio sui pavimenti un tempo lucidi e coperti di stuoie; gli uccelli facevano il nido dentro il tempio, si appollaiavano sulle tavolette funebri e facevano scempio di ogni cosa; il tempio, che in passato era stato un capolavoro di bellezza, diventò un ammasso di rovine.
Una sera d’estate, sei o sette mesi più tardi, una vecchia proprietaria di una casa da tè ai piedi del monte Shumongatake stava per chiudere il locale quando fu terrorizzata alla vista di un sacerdote con un berretto bianco in testa che le si avvicinava.
«Il prete demone! Il prete demone!», gridò sbattendogli in faccia l’ultima anta del locale. «Vattene! Vattene! Non ti vogliamo qui!»
«Che intendi dire con “Prete demone”? Sono un viandante, un sacerdote pellegrino, non un bandito. Fammi entrare, ho bisogno di riposo e di qualche ristoro», gridò una voce dall’esterno.
La vecchia guardò attraverso una fessura nell’anta e vide che non si trattava di quel temuto pazzo, ma di un onorevole sacerdote pellegrino, per cui aprì la porta e lo fece entrare, profondendosi in mille scuse e spiegadogli quanto fossero tutti sconvolti dalla paura per il sacerdote del tempio di Fumonji, che era diventato pazzo a causa di una questione d’amore.
«Oh, mio signore, è veramente orribile! Ormai non abbiamo più il coraggio di avvicinarci a meno di mezzo miglio dal tempio, e siamo sicuri che certi giorni il prete pazzo esce dal tempio e uccide qualcuno di noi».
«Vorresti farmi credere che questo sacerdote è talmente uscito di senno da dimenticare se stesso e violare gli insegnamenti di Buddha, rendendosi schiavo di passioni mondane?», chiese il viandante.
«Non so nulla di queste passioni mondane», disse la vecchia, «ma il nostro sacerdote si è trasformato in un demone, come ti potrà confermare tutta la gente di qui, tanto che ha addirittura dissotterrato e mangiato il corpo di quella povera ragazza di cui ha causato la morte con le sue maledizioni!»
«Ci sono stati casi di persone trasformate in demoni», disse il sacerdote, «ma di solito erano gente comune, non sacerdoti. Un cortigiano dell’imperatore So si trasformò in serpente, la moglie di Yosei in una falena, la madre di Ogan in uno Yasha (pipistrello vampiro); ma non ho mai sentito parlare di un sacerdote che si trasforma in un demone. Inoltre, Ajari Joan, il vostro sacerdote del tempio di Fumonji, era l’uomo più virtuoso e intelligente di cui abbia mai sentito parlare. Infatti sono venuto fin qui per avere l’onore d’incontrarlo, e domani stesso andrò a fargli visita».
La vecchia servì del the al sacerdote e gli consigliò caldamente di non fare una cosa del genere, ma lui restò fermo nella sua decisione e disse che l’indomani avrebbe fatto quanto aveva detto e avrebbe letto un sacro testo al prete pazzo; dopodiché si ritirò per la notte.
Il mattino dopo il vecchio sacerdote, fedele alle sue parole, si avviò in direzione del tempio di Fumonji, e la vecchia lo accompagnò per una parte del cammino, fino al punto in cui il sentiero che portava al tempio si dirigeva verso la montagna; qui gli disse addio rifiutandosi di procedere anche solo di un altro passo.
Il sole cominciava a spuntare quando il sacerdote arrivò in vista del tempio e vide che il luogo era in grande abbandono. I cancelli erano caduti dai cardini, foglie secche ricoprivano il terreno ovunque e scricchiolavano sotto i suoi piedi, ma lui continuò a camminare senza paura e colpì con il suo bastone la piccola campana del tempio. A quel suono una gran quantità di uccelli e pipistrelli volò fuori dal tempio, i pipistrelli gli svolazzarono intorno alla testa, ma non ci furono altri segni di vita. Colpì di nuovo e con più energia la campana, che rimbombò ed echeggiò.

Ungai incontra Joan, il prete pazzo

Infine un sacerdote magro e dall’aspetto miserando uscì e con uno sguardo selvaggio disse:
«Chi sei e perché sei venuto qui? Il tempio è stato abbandonato da tanto tempo per motivi che non riesco a capire. Se cerchi alloggio, devi andare al villaggio. Qui non c’è né da mangiare né da dormire».
«Sono un sacerdote della provincia di Wakasa. La bellezza del paesaggio piacevole e i ruscelli limpidi mi hanno fatto perdere tempo durante il viaggio. Ormai è troppo tardi per andare al villaggio, e io sono troppo stanco: ti prego, fammi rimanere per la notte», disse il sacerdote.
L’altro rispose:
«Non posso ordinarti di andartene. Questo posto è poco più che un tugurio in rovina. Puoi rimanere, se lo desideri, ma non potrai avere né cibo né un letto».
Quando ebbe detto ciò, si mise a sedere sull’angolo di una roccia, mentre il prete pellegrino si sedette sull’altro, accanto a lui. Nessuno dei due parlò fino a quando fece buio e fu spuntata la luna. Allora il prete pazzo disse:
«Entra e trovati un posto per dormire. Non ci sono letti, ma quel che resta del tetto eviterà alla rugiada della montagna di cadere su di te durante la notte, e qui cade parecchia rugiada e ti ritrovi bagnato fradicio».
Poi rientrò nel tempio.
Il pellegrino non poté vedere dove andava a causa del buio e quindi non poté seguirlo, anche perché il posto era ricoperto di statue, travi e mobili che il prete pazzo aveva ridotto in pezzi nei primi stadi della sua pazzia. Perciò il pellegrino cercò la strada a tentoni fino a quando si ritrovò tra una grande statua caduta e una parete e decise di trascorrere lì la notte, essendo un posto sicuro per nascondersi dal pazzo, dato che nessuno avrebbe potuto trovarlo senza sapere dov’era o avere un lume. Per sua fortuna era un vecchio sano e robusto e perfettamente in grado di stare senza cibo e anche di resistere al freddo umido e penetrante. Il pellegrino poteva udire il suono di molti torrenti che gorgogliavano scendendo dal pendio della montagna. C’era anche il suono sgradevole di topi che squittivano come se stessero andando a caccia e combattendo, e di pipistrelli che volavano dentro e fuori dal tempio, insieme a gufi che stridevano, ma oltre a questo niente, assolutamente nessun segno del prete pazzo. Le ore trascorsero così, una dopo l’altra, fino a quando fu l’una, e improvvisamente il pellegrino, che era appena riuscito a prendere sonno, fu svegliato da un rumore. Sembrava che qualcuno stesse abbattendo tutto il tempio. Le ante delle finestre erano sbattutte con tanta violenza che cadevano sul pavimento, le statue e i mobili erano scaraventati qua e là. Dentro e fuori si diffondeva il suono dei piedi nudi del prete pazzo, che gridava:
«Dov’è la bella O Kiku, Kiku il mio dolce amore? Oh, dov’è? dov’è? Gli dei e i demoni si sono messi d’accordo per rubarmela, e io non li onoro più, li sfido tutti. Kiku, Kiku, vieni da me!»
Il pellegrino, pensando che la sua posizione in quel posto stretto in cui si trovava sarebbe stata pericolosa se il pazzo si fosse avvicinato, approfittò di un momento in cui questi si trovava in una zona lontana del tempio per buttarsi a terra e nascondersi meglio. Sarebbe stato più facile, pensava, vederlo arrivare e scappare se fosse stato necessario.
E così si nascose prima in un punto del terreno, poi in un altro. Nel frattempo il prete pazzo corse diverse volte fuori del tempio, sempre lanciando le sue orribili grida per O Kiku. Verso mattina si ritirò di nuovo nella parte del tempio in cui viveva, e non si sentì più alcun rumore. Allora il pellegrino uscì dal suo nascondiglio e si sedette sulla roccia dove si era seduto la sera prima, deciso a tentare di intavolare una conversazione con il pazzo e leggergli una lezione dei sacri insegnamenti di Buddha. Restò seduto in paziente attesa fino a quando il sole fu alto, ma tutto rimase silenzioso. Non c’era traccia del prete pazzo.
Verso mezzogiorno il pellegrino sentì dei rumori nel tempio, e poco dopo il pazzo uscì con lo sguardo di chi si è appena ripreso da una terribile sbronza. Sembrava inebetito ed era silenzioso. Sobbalzò non appena vide il vecchio sacerdote seduto sulla roccia della sera prima. Il vecchio si alzò in piedi e avvicinandosi a lui disse:
«Amico mio, il mio nome è Ungai. Sono un tuo confratello sacerdote del tempio di Daigoji, nella provincia di Wakasa. Sono venuto qui per conoscerti, avendo sentito parlare della tua grande sapienza, ma ieri sera ho sentito dire al villaggio che hai rotto i tuoi voti di sacerdote e hai smarrito il cuore per una ragazza, e che per amore di lei di sei trasformato in un pericoloso demone. Quindi ho ritenuto mio dovere venire da te e leggerti una lettura, perché è impossibile ignorare la tua condotta. Ti prego, ascolta la lettura e dimmi se posso aiutarti».
Il prete pazzo rispose abbastanza tranquillo:
«Tu sei un Buddha. Ti prego, dimmi cosa devo fare per dimenticare il passato e tornare a essere un sacerdote santo e virtuoso».
Ungai rispose:
«Vieni a sederti qui con me sulla roccia».
Poi lesse una lettura del libro sacro buddista e concluse dicendo:
«E ora, se desideri redimere la tua anima, resta seduto su questa roccia fino a quando sarai in grado di spiegare queste righe scritte nel sacro testo: La luna sul lago risplende sui venti tra i pini, e una lunga sera avanza silenziosa verso la mezzanotte!»
Detto questo, Hugai fece un leggero inchino e lasciò Joan, il prete pazzo, seduto sulla roccia a meditare.
Per un mese Ungai si recò da un tempio all’altro leggendo e predicando. Dopo questo periodo, prese la via del ritorno, passando per il tempio di Fumonji e decise di andare a vedere che ne era stato del pazzo Joan. Alla casa da the in cui era stato la prima volta chiese alla vecchia del villaggio se aveva ancora visto o sentito il prete pazzo.
«No», rispose lei, «non l’abbiamo più visto né sentito. Qualcuno dice che se n’è andato, ma nessuno ha il coraggio di salire al tempio a vedere».
«Bene», disse Ungai, «andrò a cercarlo io domani mattina».
Il mattino seguemte Ungai si recò al tempio e trovò Joan ancora seduto sulla roccia nella stessa posizione in cui lo aveva lasciato che borbottava le parole: “La luna sul lago risplende sui venti tra i pini, e una lunga sera avanza silenziosa verso la mezzanotte!” I capelli e la barba di Joan erano cresciuti e diventati grigi in quel periodo, e aveva un aspetto miserevole e quasi trasparente. Ungai fu preso dalla compassione nel vedere la straordinaria determinazione e pazienza di Joan, e i suoi occhi si riempirono di lacrime.
«Alzati, alzati», disse, «poiché sei un davvero uomo santo e risoluto».
Ma Joan non si mosse. Ungai lo colpì leggermente con il bastone per svegliarlo, credendolo addormentato, ma, con suo sommo terrore, Joan cadde a pezzi e si dissolse come neve al sole.
Ungai si trattenne nel tempio tre giorni, pregando per l’anima di Joan. La gente del villaggio, venuta a conoscenza di questo nobile atto, ricostruiì il tempio e nominò Ungai sacerdote. Il tempio era appartenuto alla setta di Mitsu, ma ora fu passato a quella di Ungai, la setta di “Jo do” e il suo nome fu cambiato da “Fumonj” a “Hakkotsuzan” (Monte delle Ossa Bianche). Si dice che il tempio abbia prosperato ancora per centinaia di anni.

FINE

Testo originale e immagine in: http://www.sacred-texts.com/shi/atfj/atfj37.htm

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