Leggende Orientali – IL PRINCIPE E IL FACHIRO

Leggenda dall’India

Tradotta da Dario55

IL PRINCIPE E IL FACHIRO

Molto tempo fa c’era un re che non aveva figli. Ora questo re un giorno si sdraiò a riposare all’incrocio di quattro strade, in modo che tutti quelli che passavano dovevano camminare sopra di lui per proseguire.
Alla fine passò di lì un fachiro e chiese al re:
«Uomo, perché te ne stai sdraiato lì?»
Lui rispose:
«Fachiro, un migliaio di uomini sono arrivati e hanno camminato sopra di me, fai anche tu come loro».
Ma il fachiro replicò:
«Chi sei tu, uomo?»
Il re rispose:
«Sono un re, fachiro. Oro e ricchezze non mi mancano, ma ho vissuto una vita lunga e non ho figli. E così sono venuto qui e mi sono sdraiato in mezzo al crocevia. I miei peccati e le mie colpe sono stati innumerevoli, così sono venuto qui e mi sono sdraiato in questo punto, perché la gente cammini sopra di me, così forse i miei peccati potranno essere perdonati, gli dei avranno pietà di me e finalmente potrò avere un figlio».
Il fachiro gli rispose:
«O re, se ti farò avere un figlio, che cosa mi darai?»
«Tutto quello che mi chiederai, fachiro», rispose il re.
Il fachiro disse:
«Non ho bisogno di oro e ricchezze, ma pregherò per te, e tu avrai due figli: uno dei due figli sarà mio».
Poi estrasse dall’abito due frutti canditi e li diede al re, dicendo:
«Re, prendi questi due frutti canditi e dalli alle tue mogli, alle due delle tue mogli che ami di più».
Il re prese i frutti canditi e se li ripose in petto.
Poi il fachiro aggiunse:
«Re, fra qualche anno tornerò, e dei due figli che ti saranno nati uno sarà mio e l’altro sarà tuo».
Il re disse:
«D’accordo».
Poi il fachiro riprese il cammino, e il re fece ritorno a palazzo e diede un frutto candito a ciascuna delle due mogli favorite. Dopo qualche tempo al re nacquero due figli. Il re allora fece portare i due figli in una stanza sotterranea che aveva fatto costruire.
Trascorse qualche tempo, e un giorno si presentò il fachiro e disse:
«Re portami qui i tuoi figli!»
Il re allora portò i figli di due schiave e li presentò al fachiro. Mentre il fachiro sedeva con loro, i veri figli del re erano seduti nel sotterraneo e mangiavano. Poco dopo una formica affamata raccolse un granello del loro riso e si allontanò per portarlo ai propri figli. Un’altra formica più robusta si fece avanti e la aggredì per impadronirsi del riso.
La prima formica disse:
«Formica, perché vuoi portarmelo via? Tempo fa mi sono azzoppata i piedi e sono riuscita a prendere solo un granello di riso per portarlo ai miei figli. I figli del re sono seduti nella stanza sotterranea e stanno mangiando: vai da loro e prenditi un granello anche tu. Perché vuoi portarmi via il mio?»
Udendo questo il fachiro disse:
«Re! Questi non sono i tuoi figli! Vai a prendere quei ragazzi che stanno mangiando nel sotterraneo!»
Allora il re andò e tornò con i suoi veri figli. Il fachiro scelse il maggiore e se lo portò via, riprendendo il cammino insieme a lui. Appena arrivati a casa, il fachiro gli ordinò di andare a raccogliere del combustibile.
Il figlio del re uscì per raccogliere del letame e, quando ne ebbe raccolto una certa quantità, lo portò al fachiro.
Allora il fachiro guardò il figlio del re e accese il fuoco sotto una grande pentola, dicendogli:
«Corrile intorno, allievo!»
Ma il figlio del re disse:
«Prima principe, poi allievo».
Il fachiro fece un balzo verso il figlio del re, pensando di afferrarlo e gettarlo nel pentolone, in cui c’erano più di trecento litri d’olio che ribolliva per il fuoco che ardeva sotto di lui. Allora il figlio del re, sollevando il fachiro, con uno strattone lo gettò nel calderone ribollente, cosicché bruciò e diventò carne arrosto. A quel punto vide a terra una chiave appartenuta al fachiro, la prese e aprì la porta della casa del fachiro. Bisogna sapere che molte persone erano rinchiuse in quella casa. Nella capanna c’erano anche due cavalli in piedi in un angolo, due levrieri alla catena, due simurgh erano chiusi in gabbia, e c’erano anche due tigri. Il figlio del re liberò tutte le creature e le fece uscire dalla casa; le creature lo ringraziarono e resero lode agli dei. Poi fece uscire tutte le persone imprigionate. Infine prese con sé i due cavalli, e prese con sé le due tigri, e prese con sé i due cani, e prese con sé i due simurgh, e partì insieme a loro verso un’altra terra.
Mentre procedeva lungo la strada, vide un po’ più avanti un uomo calvo che pascolava una mandria di vitelli e gli gridò:
«Ehi tu! Voi lottare con me?»
Il figlio del re rispose:
«Quando ero piccolo, ho imparato a lottare, e ora, se qualcuno vuole lottare con me, non sono così vile da tirarmi indietro, lotterò con te».
L’uomo calvo disse:
«Se ti batterò, diventerai mio schiavo; se sarai tu a battermi, diventerò io tuo schiavo».
Allora si misero in guardia e cominciarono a lottare, e il figlio del re uscì vincitore.
Allora il figlio del re disse:
«Voglio lasciare qui i miei animali, i simurgh e le tigri, i cani e i cavalli: rimarranno tutti qui mentre io mi recherò in città a visitarne i monumenti. Nomino la tigre guardiana delle mie proprietà. E anche tu, che sei mio schiavo, devi rimanere qui con le mie proprietà».
Quindi il figlio del re partì verso la città per vedere i monumenti e arrivò presso un laghetto.
Vide che era un laghetto molto grazioso e invitante, e decise di fermarsi per farci un bagno, per cui cominciò a spogliarsi dei vestiti.
Ora la figlia del re che sedeva sul tetto del palazzo, vide i suoi contrassegni reali e disse tra sé:
“Quell’uomo è un re! Se mi sposerò, sposerò lui e nessun altro!”.
Così disse al padre:
«Padre mio, desidero sposarmi».
«Bene», disse il padre.
Allora il re emise un proclama:
“Che tutti gli uomini, grandi e piccoli, si presentino oggi nella sala delle udienze, poiché la figlia del re oggi vuole prendere marito”.
Tutti gli uomini del paese si radunarono, e arrivò anche il principe viandante, vestito con abiti da fachiro, dicendo tra sé:
“Oggi devo assolutamente assistere a questa cerimonia”.
Entrò e si sedette.
Arrivò la figlia del re e sedette a sua volta nella balconata, gettando lo sguardo tutto intorno sui convenuti. Si accorse che anche il principe viandante sedeva nell’assemblea in abiti da fachiro.
La principessa disse alla sua ancella:
«Prendi questo piatto di henné, vai da quel viandante vestito come un fachiro e spargi del profumo su di lui da questo piatto».
L’ancella obbedì all’ordine della principessa, si avvicinò al principe e sparse del profumo su di lui.
Allora la gente disse:
«Questa ancella ha commesso uno sbaglio».
Ma lei rispose:
«Questa ancella non ha commesso uno sbaglio, è stata la sua padrona a commettere uno sbaglio».
E così il re fece sposare la figlia al fachiro, che in realtà non era un fachiro, ma un principe.
In quel paese avvenne quanto il destino aveva deciso, e furono sposati. Ma il cuore del re di quella città si riempì di molta tristezza, poiché malgrado il gran numero di governanti e nobili seduti in quella sala, sua figlia non aveva scelto nessuno di loro, ma aveva scelto quel fachiro; tuttavia tenne nascosti nel cuore questi pensieri.
Un giorno il principe viandante disse:
«Che tutti i generi del re vengano escano con me a caccia».
Costoro dissero:
«Che razza di fachiro è questo che va a caccia?»
Tuttavia si prepararono per la caccia e si diedero appuntamento presso un laghetto.
Il principe appena sposato andò dalla sua tigre e le disse di uccidere e portargli un gran numero di gazzelle, caprioli e markhor. Detto fatto la tigre li uccise e glieli portò in gran numero. Poi, recando con sé questo bottino di caccia, il principe arrivò presso il laghetto al luogo d’incontro stabilito. Gli altri principi, generi del re di quella città, si erano anch’essi radunati in quel luogo, ma non avevano portato selvaggina, mentre il principe ne aveva portato una grande quantità. Tornarono quindi in città e si presentarono al re loro suocero, per offrirgli il loro bottino.
Ora quel re non aveva figli maschi. Allora il principe gli rivelò che in realtà anch’egli era un principe. Di questo il re, suo suocero, fu molto felice, gli stese le mani e lo abbracciò. Sedette accanto a lui e disse:
«O principe, rendo grazie che tu sia arrivato qui e sia diventato mio genero; questo mi riempie di gioia, e d’ora in poi sarai tu a governare sul mio regno».

FINE

Testo originale in: http://worldoftales.com/Asian_folktales/Indian_folktale_23.html

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