leggende orientali – IL TEMPIO INFESTATO

Leggenda dal Giappone – Storia horror che può far paura ai più piccoli!

Tradotta da Dario55

IL TEMPIO INFESTATO

Intorno al 1680, su un monte selvaggio ricoperto di pini presso il villaggio di Kisaichi, nella provincia di Inaba, sorgeva un vecchio tempio. Il tempio si trovava lontano in una gola rocciosa. Gli alberi erano così alti e fitti, che quasi facevano scomparire la luce del giorno, anche quando il sole splendeva nel punto più alto nel cielo. Fin da quando i vecchi del villaggio potevano ricordare, il tempio era stato infestato da uno shito dama (1) e dallo spettro scheletrito di quello che (pensavano) era stato uno dei sacerdoti che vi erano vissuti. Molti sacerdoti avevano tentato di vivere nel tempio e di farne la loro casa, ma tutti erano morti. Nessuno poteva trascorrervi una notte e rimanere vivo.
Infine, nell’inverno del 1701, giunse al villaggio di Kisaichi un sacerdote che stava compiendo un pellegrinaggio. Il suo nome era Jogen, ed era originario della provincia di Kai.
Jogen era venuto per vedere il tempio infestato: era un appassionato studioso di queste cose. Pur credendo che lo shito dama fosse una forma di ritorno spirituale sulla terra, tuttavia non credeva negli spettri. In realtà, era impaziente di vedere uno shito dama e inoltre desiderava avere un tempio tutto per sé. In quel tempio sul monte selvaggio, circondato da storie di terrore e morte che dissuadevano la gente dal visitarlo o i sacerdoti dall’abitarvi, pensava di aver trovato (per dirla in parole povere) “qualcosa di maledettamente buono”. E così si era diretto verso il villaggio in una fredda sera di dicembre ed era entrato nella locanda per mangiare un po’ di riso e ascoltare tutto il possibile sul tempio.
Jogen non era un codardo, anzi, era un uomo coraggioso e pose tutte le domande in modo tranquillo.
«Mio signore», disse l’albergatore, «vostra santità non deve neppure pensare di recarsi a quel tempio. poiché ciò significa morte. Molti bravi sacerdoti hanno trascorso lì la notte, e ognuno di loro è stato ritrovato morto il mattino dopo, oppure è morto poco dopo lo spuntare del giorno, senza riprendere conoscenza. Non è bene, mio signore, tentare di sfidare uno spirito malvagio quanto quello che si aggira nel tempio. Ti prego, mio signore, di rinunciare all’idea. Desideriamo ardentemente avere qui un tempio e non vogliamo più morti, tanto che spesso pensiamo di bruciare quel vecchio tempio infestato e di costruirne uno nuovo».
Ma Jogen era fermo nella sua decisione di trovare e vedere lo spettro.
«Mio gentile amico», rispose, «tu desideri la mia salvezza, ma io bramo di vedere uno shito dama e, se le preghiere potranno placarlo, di riaprire il tempio, leggere le sue leggende nei libri antichi che devono esservi nascosti e diventarne il sacerdote capo».
L’albergatore, vedendo che era impossibile dissuadere il sacerdote, ci rinunciò e gli promise che suo figlio lo avrebbe accompagnato come guida il mattino dopo, recando una quantità di provviste sufficiente per un giorno.
Il mattino seguente era una splendida mattinata di sole, e Jogen si alzò presto e cominciò a prepararsi. Kosa, il figlio ventenne dell’albergatore, stava legando il giaciglio del sacerdote e aveva fatto bollire una quantità di riso sufficiente perché gli bastasse almeno un paio di giorni. Era stato deciso che Kosa, dopo aver lasciato il sacerdote al tempio, sarebbe ritornato al villaggio, dal momento che anche lui, come qualsiasi altro abitante, si rifiutava di trascorrere una notte in quel posto misterioso. Tuttavia si era accordato con il padre che sarebbe andato il mattino dopo a vedere Jogen, o meglio (dicevano alcuni con tono ironico e sinistro insieme) “a trasportarlo a valle perché avesse un funerale onorevole e una degna sepoltura”.
Jogen stette allo scherzo di buon grado e poco dopo lasciò il villaggio con Kosa che trasportava il suo bagaglio e gli faceva da guida.
La gola in cui sorgeva il tempio era molto ripida e selvaggia. Grandi rocce coperte di muschio erano sparse in abbondanza ovunque. Quando Jogen e il suo accompagnatore furono a metà strada, si sedettero per riposare e mangiare. Presto udirono voci di persone che salivano, e poco dopo comparvero l’albergatore e sette o otto anziani del villaggio.
«Ti abbiamo seguito» disse l’albergatore «per tentare ancora una volta di dissuaderti dal correre verso una morte sicura. È vero, è nostro desiderio che il tempio sia aperto e gli spiriti siano placati, ma non vogliamo che ciò avvenga a costo di altre vite. Ti prego, pensaci!»
«Non posso cambiare idea», rispose il sacerdote. «Inoltre questa per me è un’occasione irripetibile. Gli anziani del tuo villaggio mi hanno promesso che se riuscirò a placare lo spirito e a riaprire il tempio, sarò il sacerdote capo di questo tempio, che da allora in poi dovrà diventare celebre».
Poi Jogen rifiutò ancora una volta di ascoltare le raccomandazioni, ridendosene delle paure degli abitanti del villaggio. Mentre si caricava in spalla i bagagli che erano stati trasportati da Kosa, gli disse:
«Torna pure al villaggio con gli altri. Ora non avrò difficoltà a trovare la strada. Sarò lieto se domani ritornerete con falegnami e muratori, perché di sicuro il tempio ha bisogno di molti restauri, sia all’interno che all’esterno. Quindi, amici miei, arrivederci a domani. Non abbiate paura per me: io non ne ho per me».

- Jogen giunge in vista del tempio infestato -

– Jogen giunge in vista del tempio infestato –

I paesani s’inchinarono profondamente. Erano molto impressionati dal coraggio di Jogen e speravano che si salvasse la vita per diventare il loro sacerdote. Jogen s’inchinò a sua volta e si apprestò a continuare la salita. Gli altri rimasero a guardarlo fino a quando scomparve alla vista, poi ripresero il cammino verso il villaggio, mentre Kosa pensava di essere stato molto fortunato per non essere dovuto andare fino al tempio con il sacerdote e poi tornare indietro da solo mentre faceva buio. Insieme a due o tre persone si sentiva abbastanza coraggioso, ma trovarsi da solo nell’oscurità di quel bosco selvaggio e vicino al tempio infestato… no, questo non faceva per lui.
Appena Jogen cominciò ad arrampicarsi, si trovò improvvisamente in vista del tempio, che sembrava essere quasi sopra la sua testa, tanto erano ripidi i fianchi della montagna e il sentiero. Pieno di curiosità, il sacerdote si affrettò, senza curarsi del pesante carico che trasportava, e una quindicina di minuti più tardi arrivò alla spianata o terrazza del tempio che, così come il tempio, era stata costruita su pali battuti e impalcature.
Jogen si accorse al primo sguardo che il tempio era grande, ma anche molto deteriorato per colpa dell’abbandono e della mancanza di cure. Erba alta che cresceva tutto intorno, muffa e piante rampicanti che prosperavano nell’umidità, colonne e sostegni fradici e marci: il sacerdote quella sera annotò nei suoi appunti che gli spettri gli facevano meno paura delle condizioni dei pali che sostenevano il tempio.
Jogen entrò con prudenza nel tempio e vide che in esso c’era una statua dorata di Buddha di considerevole grandezza, e accanto ad essa le statue di molti santi. C’erano anche molti vasi e oggetti di bronzo, tamburi la cui membrana era marcita, incensieri, o koros, e altri oggetti sacri o preziosi.
Oltre il tempio c’erano le abitazioni dei sacerdoti: era chiaro che, prima della comparsa degli spettri, nel tempio dovevano esserci cinque o sei sacerdoti per prendersene cura e accogliere la gente che si recava lì per pregare.
L’oscurità era opprimente, e mentre la sera si stava avvicinando, Jogen pensò di fare un po’ di luce. Sciolse il suo fardello, riempì di olio una lampada e trovò i candelieri votivi che aveva portato con sé. Dopo averne collocato uno a ciascun lato del simulacro di Buddha, pregò con fervore per due ore, durante le quali l’oscurità si fece quasi completa. Poi consumò il suo semplice pasto a base di riso e si sistemò per vegliare e ascoltare. Per poter vedere all’interno e all’esterno del tempio contemporaneamente, aveva scelto la galleria. Nascosto dietro una vecchia colonna, non credendo in cuor suo negli spettri, ma ansioso, scrisse nelle sue note, di vedere uno shito dama.
Per un paio d’ore non udì nulla. Il vento, per quanto leggero, sospirava intorno al tempio e attraverso i rami dei grandi alberi. Un gufo gridava di tanto in tanto. Pipistrelli volavano su e giù. Un odore di muffa aleggiava per l’aria.
All’improvviso, intorno a mezzanotte, Jogen udì un frusciò tra i cespugli sotto di lui, come se qualcosa si stesse facendo strada tra di essi. Pensò che si trattasse di un cervo, o forse una di quelle grosse scimmie dalla faccia rossa che si trovano nei pressi di templi alti e abbandonati, o forse anche di un tasso.
Il sacerdote fu subito smentito. Sul luogo da cui era venuto il rumore di foglie fruscianti vide la sagoma chiara e distinta del famoso shito dama. Si muoveva prima in una direzione poi nell’altra, in un modo fluttuante e sussultante, e dal suo interno proveniva un suono simile a un lontano ronzio, ma, orrore!, cos’era quella cosa in piedi tra i cespugli?
Al sacerdote si gelò il sangue nelle vene. Là in piedi c’era lo scheletro luminoso di un uomo in abiti sciolti da sacerdote, con gli occhi che brillavano di una luce abbagliante e la pelle incartapecorita. In un primo momento rimase in silenzio, ma quando lo shito dama cominciò ad alzarsi sempre di più, lo spettro si diresse verso di lui, a tratti visibile, a tratti invisibile.
Lo shito dama si sollevava sempre più in alto, finché in ultimo lo spettro si trovò alla base della grande statua di Buddha e fissava Jogen dritto in faccia.
Gocce di sudore freddo imperlavano la fronte del sacerdote, gli sembrava che il midollo gli si fosse ghiacciato nelle ossa, tremava al punto da reggersi a malapena in piedi. Mordendosi la lingua per impedirsi di gridare, si precipitò verso la stanzetta in cui aveva lasciato il suo giaciglio e, dopo essersi chiuso dentro, si mise a guardare attraverso una crepa tra le assi. Sì! C’era lo spettro ancora seduto vicino al Buddha; ma lo shito dama era scomparso.
I sensi non lo abbandonarono, ma la paura gli stava paralizzando il corpo, e sentiva di non essere più in grado di muoversi, qualunque cosa fosse accaduta. Stando disteso, continuò a guardare attraverso l’apertura.
Lo spettro rimaneva seduto, girando solo la testa, ora a destra ora a sinistra, e a volte guardando verso l’alto.
La cosa continuò per un’ora intera. Poi il suono ronzante ricominciò, e lo shito dama ricomparve, girando ripetutamente intorno al corpo dello spettro, fino a quando lo spettro svanì, apparentemente entrando nello shito dama, che dopo aver girato tre o quattro volte tutto intorno alla sacra immagine, scomparve improvvisamente alla vista.
Il mattino dopo Kosa e cinque uomini salirono al tempio. Trovarono il sacerdote vivo, ma paralizzato. Non era in grado di muoversi né di parlare. Fu trasportato al villaggio, ma morì prima di giungervi.
Le sue annotazioni si rivelarono molto utili. Mai più nessun altro si offrì di vivere al tempio, che due anni dopo fu colpito da un fulmine e bruciò fino alle fondamenta. Scavando tra le rovine alla ricerca di bronzi e Buddha di metallo, i paesani s’imbatterono in uno scheletro sepolto a poche decine di centimetri di profondità, vicino ai cespugli da cui Jogen aveva udito provenire per la prima volta dei suoni fruscianti.
Senza dubbio lo spettro e lo shito dama erano quelli di un sacerdote morto di morte violenta e che non riusciva trovar pace.
Le ossa furono sepolte con i riti adeguati, e da allora nessuno più vide lo spettro.
Tutto ciò che resta del tempio sono le impalcature coperte di muschio che ne formavano le fondamenta.


NOTE

1) Shito Dama è uno spirito astrale di forma simile a una palla di fuoco e dal colore rosso brillante. – torna su

Testo originale e illustrazione in:
http://www.sacred-texts.com/shi/atfj/atfj07.htm

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