Leggende Orientali – IL VECCHIO CHE PERSE IL SUO PORRO

Leggenda dal Giappone

Tradotta da Dario55

IL VECCHIO CHE PERSE IL SUO PORRO

Moltissimi anni or sono viveva un vecchio bravo e buono sulla cui guancia destra cresceva un porro grosso come una palla da tennis. Questa protuberanza lo deturpava enormemente e lo infastidiva al punto che per molti anni aveva speso tutto il proprio tempo e il proprio denaro nel tentativo di sbarazzarsene. Aveva provato tutto quello che gli era venuto in mente. Aveva consultato un gran numero di dottori vicini e lontani e preso ogni genere di medicine, sia per uso interno che esterno. Ma tutto era stato inutile. L’escrescenza era diventata sempre più grossa, fino al punto di essere grande quasi come la sua faccia, cosicché, disperato, aveva abbandonato tutte le speranze di liberarsene e si era rassegnato al pensiero di dover portare quella cosa in faccia per tutta la vita.
Un giorno la legna nel focolare della cucina si spense, sua moglie ne voleva dell’altra, e il vecchio prese la scure e uscì per andare nel bosco sul monte non lontano da casa. Era una splendida giornata d’inizio autunno, e il vecchio si godeva l’aria fresca e non aveva nessuna fretta di tornarsene a casa. Così, mentre tagliava legna, trascorse velocemente l’intero pomeriggio. Ne aveva fatta una discreta catasta da portare a casa alla moglie. Quando il giorno cominciò a tramontare, il vecchio riprese la strada di casa.
Non aveva fatto che pochi passi giù per il pendio, quando il cielo si rannuvolò e la pioggia cominciò a cadere violenta. Si guardò intorno alla ricerca di un riparo, ma da quelle parti non ce n’erano assolutamente. Alla fine scorse una larga apertura nel tronco cavo di un albero. L’apertura era vicino al suolo, per cui la raggiunse facilmente strisciando e si sedette all’interno del tronco con la speranza di essere stato semplicemente sorpreso da un temporale di montagna e che il tempo si sarebbe presto schiarito.
Ma con suo massimo disappunto, invece di schiarire, la pioggia cadde sempre più fitta e martellante, e infine sulla montagna scoppiò un violentissimo nubifragio. Il rombo dei tuoni era terribile e i bagliori dei lampi incendiavano il cielo, tanto che il vecchio poteva a malapena credere di essere ancora vivo. Pensava che sarebbe morto di paura. Ma alla fine il cielo si schiarì e tutto brillò sotto i raggi del sole del crepuscolo. Il vecchio si sentì rinascere quando vide quel tramonto meraviglioso e stava per uscire dal suo insolito nascondiglio nell’albero cavo, quando le sue orecchie colsero il suono di qualcosa che assomigliava ai passi di molta gente che si avvicinava. Pensò subito che i suoi amici fossero venuti a cercarlo e fu molto contento al pensiero di andare a casa insieme a un po’ di gente allegra. Ma non appena diede un’occhiata fuori dall’albero, quale fu il suo stupore nel vedere che non i suoi amici, ma centinaia di Oni [orchi] si stavano avvicinando. Più guardava, più grande diventava la sua meraviglia. Alcuni di quegli Oni erano grandi come giganti, altri avevano enormi occhi del tutto sproporzionati rispetto al resto del corpo, altri invece avevano nasi assurdamente lunghi e altri ancora avevano bocche così grandi che sembravano aprirsi da un orecchio all’altro. A tutti quanti spuntavano delle corna dalla fronte. Il vecchio fu talmente sbalordito da ciò che vedeva, che perse l’equilibrio e cadde fuori del cavo dell’albero. Per sua fortuna gli Oni non lo videro, perché l’albero era abbastanza lontano. Allora si risollevò e strisciò nuovamente dentro l’albero.
Standosene seduto, si domandava con inquietudine se sarebbe stato in grado di tornare a casa. Sentì risuonare della musica allegra, e alcuni degli Oni cominciarono a cantare.
“Che stanno facendo quelle creature?” si domandò il vecchio. “Voglio dare un’occhiata fuori: è una musica molto piacevole”.
Sbirciò fuori e vide che il capo degli Oni in persona stava seduto con il dorso appoggiato proprio all’albero in cui si era rifugiato, e tutti gli altri erano seduti intorno, alcuni bevendo, altri danzando. Sparsi davanti a loro c’erano cibo e vino, e gli Oni stavano evidentemente tenendo una grande festa e si divertivano un mondo.
La vista di quei bizzarri comportamenti fece sorridere il vecchio.
“Che cosa divertente!” disse ridendo tra sé. “Sono abbastanza vecchio ormai, ma non ho mai visto niente di tanto singolare in tutta la mia vita”.
Era così interessato ed eccitato mentre spiava le attività degli Oni, che dimenticò la prudenza, uscì dall’albero e se ne stette a osservare.
Il capo degli Oni si era appena versato una grossa tazza di sakè e stava guardando uno degli altri Oni che danzava. Poco dopo disse in tono infastidito:
«La tua danza è piuttosto noiosa. Sono stufo di guardarla. Non c’è nessuno tra voi capace di danzare meglio di quello lì?»

Il vecchio davanti agli Orchi

Ora, il vecchio era stato appassionato di danza per tutta la vita ed era abbastanza esperto in quell’arte, per cui era sicuro che avrebbe saputo fare molto meglio dell’Oni.
“Chissà” si domandò il vecchio, ”se potrò andare a danzare davanti a quegli Oni e mostrare loro cosa è capace di fare un essere umano. Potrebbe essere pericoloso, perché se poi a loro non piaccio, potrebbero uccidermi!”
Ma il suo timore fu presto superato dall’amore per la danza. Dopo qualche minuto non poté più trattenersi: si presentò al cospetto della masnada di Oni e cominciò subito a danzare.
Il vecchio, rendendosi conto che la sua vita probabilmente dipendeva dal fatto di piacere o meno a quelle strane creature, mise in campo tutta la propria abilità e diede il meglio di sé.
In un primo momento gli Oni furono sorpresi alla vista di un uomo tanto coraggioso da prendere parte alla loro festa, ma presto la sorpresa lasciò il posto all’ammirazione.
«Magnifico!» esclamò il capo. «Non ho mai visto prima un danzatore così abile! Danza in un modo fantastico!»
Quando il vecchio ebbe finito di danzare, il grande Oni disse:
«Grazie infinite per la tua piacevolissima danza. Ora concedici l’onore di bere una tazza di vino con noi», e così dicendo gli porse la sua enorme tazza.
Il vecchio lo ringraziò con molta umiltà:
«Non merito tanta gentilezza da parte di vostra signoria. Ho paura di essere stato solo di disturbo alla vostra divertente festa con la mia goffa danza».
«Assolutamente no», rispose il grande Oni. «Anzi, devi tornare spesso a danzare per noi. La tua abilità ci ha procurato molto piacere».
Il vecchio lo ringraziò e promise di farlo.
«In questo caso, vecchio, ti andrebbe di tornare domani?» chiese l’Oni.
«Ma certamente», rispose il vecchio.
«Allora devi lasciarci un pegno in garanzia della tua promessa», disse l’Oni.
«Qualunque cosa desideri», disse il vecchio.
«Ebbene, qual è la cosa migliore che puoi lasciarci in pegno?» chiese l’Oni esaminandolo dalla testa ai piedi.
Allora uno del seguito che stava accovacciato dietro il capo, disse:
«Il pegno che ci lascia deve essere la cosa più importante che possiede. Vedo che questo vecchio ha un porro sulla guancia destra. Ebbene, i mortali considerano un porro del genere un vero portafortuna. Permetti, o mio signore, che io stacchi quella escrescenza dalla guancia destra del vecchio, così domani tornerà di sicuro, poiché è l’unico modo che ha per riaverla».
«Sei davvero astuto», disse il capo scuotendo le corna in segno di approvazione. Poi allungò un braccio peloso e una mano simile a un artiglio e staccò il grosso porro dalla guancia destra del vecchio. Strano a dirsi, al tocco dell’Oni il porro venne via facilmente come una prugna matura dall’albero, dopodiché l’allegra brigata degli Oni scomparve repentinamente.
Il vecchio era in preda allo smarrimento per tutto quello che era accaduto. Per un po’ fece fatica a rendersi conto di dove si trovasse. Quando arrivò a capire cosa gli era successo, fu felice che quel porro che per tanti anni gli aveva deturpato il viso fosse veramente stato asportato senza che lui provasse alcun dolore. Si toccò la guancia per vedere se era rimasta una cicatrice, ma la guancia destra era liscia come quella sinistra.
Il sole era tramontato da tempo e la luna giovane era salita in cielo come una minuscola falce d’argento. Il vecchio si rese improvvisamente conto di quanto fosse tardi e cominciò ad affrettarsi verso casa. Continuava ad accarezzarsi la guancia destra come per assicurarsi del colpo di fortuna che aveva avuto nel perdere il porro. Era così felice che non riusciva a camminare tranquillo: corse e ballò lungo tutta la strada di casa.
Trovò la moglie molto in pensiero. Gli chiese cosa mai fosse successo per fare così tardi. Subito lui le raccontò tutto quello che era capitato da quando quel pomeriggio era uscito di casa. Lei fu felice quanto il marito nel vedere che quell’orribile escrescenza era scomparsa, perché da giovane era orgogliosa di quanto lui era bello ed era stata una pena quotidiana per lei vedere crescere quella cosa orrenda.
Ora, accanto a questa buona coppia di vecchi viveva un vecchio cattivo e odioso. Anche lui per tanti anni era stato tormentato da un porro che gli cresceva sulla guancia sinistra e anche lui aveva tentato in tutti i modi di liberarsene senza successo.
Quando la serva gli raccontò la fortuna che aveva avuto il suo vicino nel perdere il porro che aveva in faccia, lo invitò quella sera stessa e gli chiese di raccontargli tutto. Il buon vecchio raccontò all’odioso vicino tutto quello che gli era accaduto. Descrisse il luogo in cui avrebbe trovato l’albero cavo in cui nascondersi e lo avvertì di trovarsi sul posto nel tardo pomeriggio poco prima del tramonto.
Il vecchio vicino si avviò il pomeriggio seguente e dopo aver cercato per un po’, giunse all’albero cavo esattamente come l’altro aveva descritto. Si nascose e restò in attesa del crepuscolo.
Proprio come gli era stato detto, la masnada degli Oni arrivò e cominciò una festa con canti e danze. Era andata avanti per un po’, quando il capo degli Oni si guardò intorno e disse:
«Sarebbe ora che il vecchio arrivasse come ci ha promesso. Perché non arriva?»
Quando il secondo vecchio udì queste parole, corse fuori dal suo nascondiglio nell’albero e, inginocchiandosi davanti all’Oni, disse:
«Ti ho aspettato molto perché ti devo parlare!»
«Ah, tu sei il vecchio di ieri», disse il capo degli Oni. «Grazie per essere venuto. Devi subito danzare per noi».

Il vecchio malvagio torna a casa con entrambi i porri

Allora il vecchio si alzò, aprì il suo ventaglio e cominciò a danzare. Ma non aveva mai imparato a danzare e non conosceva il modo di gestire e le diverse posizioni.
Pensava che agli Oni sarebbe piaciuta qualsiasi cosa, per cui si limitò a saltellare ondeggiando le braccia e battendo i piedi, imitando in qualche modo le danze che aveva visto.
Gli Oni erano molto insoddisfatti di questa esibizione e dicevano tra loro:
«Come danza male oggi!»
Alla fine il capo Oni disse al vecchio:
«La tua esibizione di oggi è stata completamente diversa dalla danza di ieri. Non vogliamo vedere mai più una danza del genere. Ti restituiamo il pegno che ci hai lasciato. Vattene immediatamente».
Detto questo, estrasse da una piega del vestito il porro che aveva tolto dalla faccia del vecchio che aveva danzato tanto bene il giorno prima e lo gettò sulla guancia destra del vecchio che gli stava davanti.
Il porro si attaccò immediatamente alla guancia in modo così stabile che sembrava fosse stato sempre lì, e tutti i tentativi di staccarlo furono inutili.
Il vecchio malvagio capì con suo sommo disappunto che invece di perdere il porro della guancia sinistra come aveva sperato, se n’era procurato un’altro sulla guancia destra nel tentativo di liberarsi del primo.
Portò prima una mano poi l’altra sui due lati della faccia per assicurarsi che non fosse tutto un orribile incubo. No, era la realtà. Sia sulla guancia destra che sulla sinistra c’erano adesso due grossi porri.
Gli Oni erano tutti scomparsi, e non gli restava altro da fare che tornarsene a casa. Era uno spettacolo pietoso, perché la sua faccia, con le due grosse escrescenze, uno per lato, somigliava proprio a un kabocha [zucca giapponese], e fu così che tutti lo chiamarono da quel giorno in poi.

FINE

Immagini provenienti dai siti: http://www.sacredspiralkids.com e http://durendal.org .

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