Leggende Orientali – IL VINO CHE DA’ LA VITA ETERNA

Leggenda dal Giappone

Tradotta da Dario55

IL VINO CHE DA’ LA VITA ETERNA

Tra il confine di nordest della provincia di Totomi e il nordovest della provincia di Suruga svetta un alto monte, Daimugenzan. È un monte selvaggio e accidentato, ricoperto per tre quarti di pini, yenoki, icho, alberi di canfora e così via. Ci sono però molti sentieri e con fatica è possibile arrampicarsi. A circa metà strada verso la cima, nel bel mezzo della foresta, sorge un tempio dedicato a Kwannon, ma è così piccolo che nessun sacerdote ci vive, tanto che l’edificio sta andando in rovina. Nessuno sa chi lo ha costruito in un posto così inaccessibile, tranne forse una ragazza amante della solitudine e i suoi genitori, che erano soliti recarvisi per ragioni personali.

Okureha salvata dalla donna in bianco

Un giorno, era circa il 1007 d.C., la ragazza stava pregando perché sua madre guarisse. La ragazza si chiamava Okureha, viveva a Tashiro, ai piedi del monte ed era la più bella dei dintorni, figlia di un samurai di una certa importanza e molto stimato. Nel solenne silenzio della montagna Okureha batteva le mani tre volte davanti a Kwannon durante la preghiera e faceva risuonare l’eco. Un giorno, terminato di pregare, stava per riprendere la via del ritorno, quand’ecco le si parò davanti all’improvviso un uomo dall’aspetto malvagio che la afferrò per le braccia.
Okureha chiamò aiuto con quanta voce aveva in gola, ma non ricevette altra risposta che l’eco della sua voce, tanto che si sentì perduta.
Improvvisamente si alzò un vento freddo e pungente che sollevò in piccole colonne le foglie d’autunno. Okureha lottava furiosamente con il suo assalitore, che sembrava indebolirsi al vento freddo che gli colpiva la faccia. Anche Okureha si stava indebolendo. In pochi secondi l’uomo cadde addormentato come se fosse stato ubriaco, e lei fu sul punto di cadere senza sapere il perché e di addormentarsi. Riusciva a malapena a tenere gli occhi aperti. Proprio in quel momento il vento divenne caldo, e lei ridiventò cosciente.
Guardando verso l’alto vide venirle incontro una bella ragazza che sembrava avere appena qualche anno più di lei. La sconosciuta era vestita di bianco e sembrava librarsi sul terreno. Il volto era bianco come la neve che incappucciava il monte Daimugenzan. Le sopracciglia erano a forma di mezzaluna crescente come quelle di Buddha. La bocca somigliava a un fiore. Con una voce argentina chiamò Okureha e disse:
«Non meravigliarti e non aver paura, piccola mia. Ho visto che eri in pericolo e sono venuta a salvarti facendo addormentare quella creatura selvaggia. Poi ho mandato il vento caldo perché non cadessi. Non temere, quell’uomo non è morto: se voglio posso farlo rinvenire, o lasciarlo così se mi va. Come ti chiami?»
Okureha cadde in ginocchio per esprimere la propria gratitudine e, rialzandosi in piedi, disse:
«Mi chiamo Okureha. Mio padre è il samurai che possiede la maggior parte del villaggio di Tashiro, ai piedi della montagna. Poiché mia madre è malata, sono salita fino a questo antico tempio per pregare Kwannon di farla guarire. Sono venuta quassù cinque volte, ma non ho mai incontrato nessuno fino ad oggi, quando sono stata aggredita da quell’uomo orribile. Devo la mia salvezza interamente a te, venerabile signora, e ti sono umilmente e profondamente grata. Spero che vorrai venire con me al tempio a pregare di nuovo. Mio padre e mia madre hanno pregato qui Kwannon e i Tennin [angeli] della montagna prima che io nascessi. Non avevano bambini, e hanno avuto me in esaudimento delle loro preghiere. Perciò è giusto che io venga qui a pregare per mia madre, ma quell’orribile uomo mi ha spaventata al punto che non avrò più il coraggio di tornare da sola».
La Dea della Montagna (perché era lei la salvatrice di Okureha) sorrise e disse:
«Non devi più aver paura, mia graziosa piccina. Vieni quando vuoi e io ti proteggerò. I figli che amano i genitori come te meritano tutto ciò che è buono e sono benedetti. Se vuoi compiacermi, torna domani, in modo che possiamo parlare, e portami un po’ di fiori di campo, perché non scendo mai abbastanza per raccoglierli, malgrado siano quelli che preferisco: sono così piccoli e teneri. E adesso è meglio che torni a casa. Quando ci sarai arrivata, farò rinvenire quell’uomo malvagio e lo caccerò via. Non credo proprio che ritornerà a darti fastidio».
«Tornerò domani», disse Okureha inchinandosi e salutando ripetutamente.
Okureha San era rimasta così impressionata dal viso della dea che non riuscì a dormire e il giorno dopo, alle prime luci dell’alba, uscì nei campi a raccogliere fiori che portò al tempio sulla montagna, dove trovò la dea che la aspettava.
Parlarono di molte cose, godettero della reciproca compagnia e decisero di incontrarsi spesso. E così tutte le volte che Okureha aveva tempo saliva sulla montagna. La cosa andò avanti per quasi un anno. Un giorno Okureha arrivò come sempre con i fiori per la dea, ma aveva un aspetto triste e in verità si sentiva triste
«Che succede?» chiese la dea. «Perché sei così triste?»

Okurea e il marito

«O venerabile signora, hai ragione», disse Okureha. «Sono triste perché questo potrebbe essere l’ultimo giorno in cui posso venire quassù e vederti. Ormai ho diciassette anni, e i miei genitori pensano che abbia raggiunto l’età del matrimonio. Dodici anni fa mio padre ha concordato che avrei sposato un figlio dei suoi amici, Tokue, di Iwasakimura, quando fossi stata grande abbastanza. Adesso sono abbastanza grande e quindi devo sposarmi. Il matrimonio dovrà essere celebrato fra tre giorni, dopodiché dovrò rimanere a casa e lavorare per mio marito, e ho paura che non ti vedrò mai più. Ecco perché sono triste».
Mentre parlava, le lacrime le scorrevano sulle guance, e sembrava che non si sarebbe mai consolata. Ma la dea la consolò dicendo:
«Non devi essere triste, mia cara fanciulla. Al contrario. Sposandoti stai per iniziare il periodo più felice della vita. Se la gente non si sposasse e non avesse figli a cui trasmettere l’anima e la vita, non ci sarebbe futuro. Torna a casa serena, piccola mia, sposati e metti al mondo dei figli. Sarai felice di fare il tuo dovere verso il mondo e verso la tua dea. Prima che ci diciamo addio, voglio darti questo piccolo recipiente di Furoshu, un vino che dona l’eterna giovinezza. Fai attenzione a non versarlo scendendo dalla montagna e quando sarai sposata, danne un po’ a tuo marito e tu bevi il resto. Se farai ciò che ti dico, rimarrete entrambi come siete ora e non invecchierete di un giorno per secoli, e sarete per sempre perfettamente felici. E adesso, addio!»
Mentre Okureha diceva addio alla sua benefattrice, gli occhi le si riempirono nuovamente di lacrime, ma raccolse tutto il suo coraggio e, inchinandosi per l’ultima volta, riprese la via del ritorno piangendo come quando era venuta.
Tre giorni dopo Okureha si sposò. Secondo il calendario era un giorno fortunato e per di più era il giorno in cui l’Imperatore Toba salì al trono, il 1108 d.C.
Un giorno, mentre celebravano l’anniversario con un pranzo all’aperto, Okureha fece bere al marito un po’ del Furoshu e bevve il resto secondo le esortazioni della dea.
Erano seduti su un bel prato erboso in cui crescevano violette selvatiche dal delizioso profumo. Davanti a loro mormorava uno scintillante torrente alpino. Con sorpresa si accorsero che petali di fiori di ciliegio cadevano tutto intorno a loro. Non c’erano ciliegi nelle vicinanze, e in un primo momento furono molto sconcertati, ma poi videro nel cielo azzurro una nuvola bianca che si era appena fermata su di loro, e sulla nuvola era seduta la Dea del Monte Daimugenzan. Okureha la riconobbe e indicò al marito la sua benefattrice. La nuvola bianca trasportò la dea in cima alla montagna dove rimase sospesa finché le ombre della sera la nascosero.
Okureha e il marito non invecchiarono più e vissero centinaia di anni come i Tennin del Monte Daimugenzan.

FINE

Immagini provenienti dal sito http://www.sacred-texts.com

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