leggende orientali – LA STORIA DI KATO SAYEMON

Leggenda dal Giappone

Tradotta da Dario55

La storia di Kato Sayemon

Nei giorni in cui Ashikaga era Shogun, aveva al suo servizio un cavaliere di buona famiglia, Kato Sayemon, al quale era particolarmente affezionato. Le cose avrebbero potuto andar bene per Sayemon. Viveva in quello che avrebbe si sarebbe quasi potuto chiamare un palazzo. Possedeva una grande quantità di denaro. Aveva una moglie affascinante che gli aveva dato un figlio e, nel rispetto delle antiche tradizioni, aveva molte altre donne che vivevano come mogli nella sua dimora. Nel paese non c’era guerra La vita familiare di Sayemon procedeva senza preoccupazioni. Regnavano la pace e la soddisfazione. E lui si godeva la vita tra le feste e i banchetti. “Oh, che una vita così duri per sempre!” pensava.
Ma il destino decise diversamente.
Una sera, mentre Sayemon stava passeggiando nel suo grazioso giardino, osservando le lucciole e ascoltando gli insetti cantare e le rane gracidare, cosa che amava moltissimo, gli capitò di passare accanto alla stanza della moglie e di osservarla.
Qui vide la sua adorata moglie e la sua concubina favorita che giocavano a go (gli scacchi giapponesi. Fu molto colpito dal fatto che sembravano perfettamente felici e soddisfatte della loro reciproca compagnia. Ma mentre Sayemon guardava, sembrò che i loro capelli si sollevassero da dietro a forma di serpenti che combattevano furiosamente. Questa vista lo riempì di terrore.
Sayemon, sorpreso, si avvicinò furtivamente per vedere meglio, ma si accorse che la scena era la stessa. La moglie e l’altra donna, mentre muovevano i pezzi, si sorridevano, dimostrando ogni segno di gentilezza, ma i profili indistinti dei loro capelli mantenevano sempre la forma di serpenti che combattevano. In passato Sayemon aveva pensato che fossero quasi come sorelle tra loro e in apparenza era proprio così, ma adesso che aveva visto quel misterioso simbolo dei serpenti, si rendeva conto che si odiavano tra loro più di quanto un uomo fosse in grado di comprendere.
La sua mente diventò inquieta. Fino a quel momento la sua vita era stata doppiamente felice, perché pensava che la sua casa fosse un regno di pace, ma ora, rifletteva, in casa imperversavano odio e livore. Sayemon si sentiva come una barca alla deriva, che si stava avvicinando a una cascata da cui sembrava impossibile tirarsi indietro.
Trascorse una notte insonne in meditazione, durante la quale decise che fuggire sarebbe stata strada tutto sommato la strada più sicura. La pace era tutto ciò che desiderava. E per ottenerla, avrebbe dovuto dedicarsi a opere religiose per il resto dei suoi giorni.
Il mattino seguente Kato Sayemon non si trovava da nessuna parte. In casa erano tutti costernati. Furono inviati uomini ovunque, ma non fu possibile trovare Sayemon. Il quinto o sesto giorno dopo la scomparsa, la moglie ridusse il personale, ma continuò a vivere nella casa insieme al figlioletto Ishidomaro. Anche lo Shogun Ashikaga fu molto sconcertato dalla scomparsa di Sayemon. Non arrivarono sue notizie e il tempo passò fino a quando fu trascorso un anno e poi un altro, e la moglie di Sayemon decise di prendere con sé Ishidomaro, che aveva cinque anni, e di andare alla ricerca del marito.
Vagò per cinque faticosi anni, questa madre con il proprio figlio, ma non trovarono la minima traccia, finché infine un giorno arrivarono presso un villaggio a Kishu, dove incontrarono un vecchio che disse loro di aver visto un anno prima Kato Sayemon al tempio di Koya San.
«Sono sicuro che fosse lui», disse, «perché un tempo sono stato un portantino del palanchino dello Shogun e ho visto spesso Sayemon San. Non so dire se si trova al tempio, ma un anno fa era un sacerdote proprio lì».
Ishidomaro e la madre dormirono poco quella notte. Fervevano di eccitazione. Ishidomaro aveva allora undici anni e ed era ansioso di riavere a casa il padre; madre e figlio, dopo quei lunghi anni di ricerche, aspettavano con entusiasmo il giorno seguente.
Purtroppo, nel rispetto delle antiche regole, il tempio di Koya San e la montagna erano riservate agli uomini. A nessuna donna era permesso salire per venerare l’immagine di Buddha su quella montagna. E così la madre di Ishidomaro dovette restare al villaggio mentre il figlio andava alla ricerca del padre.
All’alba partì, pieno di speranza, dicendo alla madre di non aver paura.
«Riporterò indietro mio padre questa sera stessa», disse, «e saremo nuovamente tanto felici! Addio per ora, e non aver paura per me!»
Così dicendo Ishidomaro si avviò.
«In verità», disse, «non conosco l’aspetto di mio padre, ma ricordo che ha un neo nero sul sopracciglio sinistro, proprio come me, inoltre provo la sensazione che sto andando incontro a mio padre».
Con questi e altri simili pensieri in mente il ragazzo si faceva strada faticosamente attraverso il grande e fitto bosco, fermandosi di tanto in tanto all’uno o all’altro tempietto a lato della strada per pregare di riuscire nel suo compito.
Ishidomaro si arrampicò sempre più in alto verso il tempio di Koya San, fino a quando raggiunse i cancelli esterni del tempio, il cui vero nome è “Kongobuji”. perché “Koya San” significa semplicemente “Monte Koya”.
Giunto all’abitazione del primo sacerdote, Ishidomaro stette a osservare un vecchio che mormorava preghiere.
«Per favore, signore», disse, togliendosi il cappello e inchinandosi leggermente, «potreste dirmi se qui c’è un sacerdote di nome Kato Sayemon? Vi sarei immensamente grato se poteste indicarmelo. È stato sacerdote solo per cinque anni. Per tutto questo tempo la mia amata madre e io siamo andati alla sua ricerca. È mio padre, ed entrambi lo amiamo molto e desideriamo che ritorni da noi»
«Ah, ragazzo mio, mi dispiace per te», rispose Sayemon (perché era proprio lui). «Non conosco alcun uomo di nome Kato Sayemon in questi templi».

Ishidomaro incontra suo padre, ma non riesce a riconoscerlo con sicurezza

– Ishidomaro incontra suo padre, ma non riesce a riconoscerlo con sicurezza –

E mentre parlava così. Sayemon dimostrava di essere molto emozionato. Era assolutamente certo che il ragazzo con cui parlava era suo figlio ed era molto angustiato di negarsi a lui in quel modo senza riconoscerlo e stringerlo al cuore, ma Sayemon aveva deciso che il resto della sua vita doveva essere sacrificato a Buddha e che tutte le cose mondane dovevano essere abbandonate. Ishidomaro e sua moglie non avevano bisogno di denaro o cibo, ne avevano più che a sufficienza, per cui non doveva preoccuparsi per questo. Sayemon decise di restare quello che era, un povero monaco, nascosto nel monastero su Koya San. Con uno sforzo disperato proseguì:
«Non ricordo di aver mai sentito che qui ci sia stato un Kato Sayemon, benché naturalmente abbia udito parlare di quel Kato Sayemon che era grande amico dello Shogun Ashikaga».
Ishidomaro non fu assolutamente soddisfatto di questa risposta. In qualche modo aveva la sensazione di trovarsi alla presenza di suo padre. Inoltre quel sacerdote aveva un neo nero sul sopracciglio sinistro, e lui, Ishidomaro, ne aveva uno perfettamente identico.
«Signore», riprese rivolgendosi nuovamente al sacerdote, «mia madre ha sempre richiamato la mia attenzione in modo particolare sul mio occhio sinistro dicendo: “Figlio mio, tuo padre ha un segno come questo sul sopracciglio sinistro, l’esatta controparte, ricordatelo, perché quando andrai a cercarlo, questo per te sarà un segno sicuro”. E voi, signore, avete un segno identico al mio. Da questo riconosco, e sento, che siete mio padre!»
Mentre pronunciava queste parole, gli vennero le lacrime agli occhi e, stendendo le braccia, esclamò:
«Padre, padre, lascia che ti abbracci!»
Sayemon era scosso da tremiti di emozione, ma orgogliosamente tenne la testa alta e, riprendendo il controllo, disse:
«Ragazzo mio, ci sono molti uomini e molti ragazzi che hanno dei nei sul sopracciglio sinistro, e anche su quello destro. Non sono tuo padre. Devi andare a cercarlo altrove».
Il quel momento arrivò il sacerdote capo è chiamò Sayemon per i servizi serali, che si tenevano nel tempio principale. E fu così che Sayemon scelse di dedicare la propria vita a Buddha e di imitarlo, piuttosto che tornare nelle vie del mondo o alla sua famiglia, senza neppure riconoscere il suo unico figlio!
Non si sa che avvenne di Ishidomaro e di sua madre, ma si racconta che da quel giorno Kato Sayemon trascorse il resto della vita in pace e purezza, sacrificando interamente il corpo e l’anima a Buddha, senza che nessuno piangesse per lui, ma perfettamente appagato.

FINE

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Testo originale e illustrazione in:
http://www.sacred-texts.com/shi/atfj/atfj14.htm

Online da: Gennaio 2014

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