leggende orientali – LA STRANA STORIA DEL DOTTOR CANE

Racconto popolare cinese

Tradotta da Dario55

La strana storia del Dottor Cane

In alto sui monti della provincia di Hunan, nella zona centrale della Cina, viveva un tempo in un piccolo villaggio un ricco gentiluomo che aveva un’unica figlia. Questa ragazza era la grande gioia della vita del padre.
Ora il Signor Min, poiché era questo il nome del gentiluomo, era famoso in tutto il distretto per la sua abilità nell’insegnamento e, dal momento che possedeva anche molte proprietà, non risparmiava alcuno sforzo per insegnare a Caprifoglio, così si chiamava la figlia, la saggezza dei sapienti e le concedeva tutto ciò che desiderava. Questo sarebbe stato più che sufficiente per rovinare la maggior parte dei bambini, ma Caprifoglio non era come tutti gli altri bambini. Dolce come il fiore che le dava il nome, ascoltava fin nei particolari i comandi del padre e obbediva senza aspettare un attimo.
Il padre spesso acquistava degli aquiloni per lei, di ogni tipo e forma. C’erano pesci, uccelli, farfalle, lucertole ed enormi draghi, uno dei quali aveva una coda lunga più di dieci metri. Il Signor Min era abilissimo nel far volare gli aquiloni per la sua piccola Caprifoglio e quegli uccelli e farfalle di carta descrivevano cerchi così naturali tutto intorno su e giù per il cielo, che qualunque ragazzino sarebbe stato ingannato e avrebbe detto: «Quello è un uccello vero, non è certamente un aquilone!»
Si era anche legato alle dita una specie di piccolo strumento a corde che produceva una specie di rumore ronzante quando faceva ondeggiare le mani da una parte all’altra.
«È il vento che canta, papà», esclamava Caprifoglio, battendo le mani per la gioia, «canta la canzone degli aquiloni per noi due!».
A volte, per insegnare alla figlioletta una lezione se non aveva fatto la brava, il Signor Min legava alle corde del suo aquilone preferito dei pezzetti di carta attorcigliati su cui erano scritte molte parole cinesi.
«Che stai facendo, papà?» chiedeva Caprifoglio. «Cosa sono mai quei fogli così strani?»
«Su ciascun pezzetto di carta è scritta una colpa che abbiamo commesso».
«Cos’è una colpa, papà?»
«Per esempio se Caprifoglio non ha fatto la brava, è una colpa», rispondeva con dolcezza. «La tua vecchia balia ha paura di sgridarti, ma se devi crescere fino a diventare una brava donna, tuo papà deve insegnarti quello che è giusto.
Allora il Signor Min mandava l’aquilone in alto, tanto in alto, oltre i tetti delle case, addirittura più in alto dell’alta pagoda sul pendio. Quando il filo era tutto svolto, prendeva due pietre affilate e, consegnandole a Caprifoglio, diceva:
«Adesso, figlia mia, taglia il filo, e il vento porterà via le colpe scritte sui pezzetti di carta».
«Ma papà, l’aquilone è tanto grazioso. Non potremmo tenerci le nostre colpe un po’ più a lungo?» chiedeva lei ingenuamente.
«No, bambina mia. è pericoloso tenersi le proprie colpe. La virtù è la base della felicità», rispondeva serio, soffocando una risata alla domanda di lei. «Fai presto e taglia il filo».
E Caprifoglio, sempre obbediente – almeno con suo padre – tagliava il filo tra le due pietre affilate e con un pianto infantile di disperazione osservava il suo aquilone preferito, soffiato via dal vento, volare via sempre più lontano, finché alla fine, sforzando gli occhi, poteva vederlo scendere lentamente verso terra su un prato lontano.
«Adesso sorridi e sii felice», diceva allora il Signor Min, «perché le tue colpe se ne sono andate. Cerca di non procurartene delle altre».
Caprifoglio adorava anche vedere il teatrino dei burattini, perché bisogna sapere che questo antico divertimento per bambini era molto amato dai piccoli in Cina forse tremila anni prima che nascessero i nostri nonni. Si dice addirittura che il grande imperatore Mu, quando vide questi pupazzetti danzare per la prima volta s’infuriò moltissimo vedendo che uno di loro rivolgeva gli occhi alla sua moglie favorita. Ordinò che il burattinaio fosse messo a morte, e il pover’uomo riuscì a fatica a convincere sua maestà che quelle bambole danzanti non erano veramente vive, ma solo riproduzioni di argilla e stoffa.
Non c’è dunque da meravigliarsi se Caprifoglio amava gli spettacoli dei burattini, visto che il Figlio del Cielo in persona era stato ingannato da quegli strani oggetti fino a credere che fossero persone reali in carne e ossa.
Ma dobbiamo affrettarci con la nostra storia, altrimenti i nostri lettori cominceranno a chiedere: «Ma chi è il Dottor Cane? Non arriveremo mai all’eroe di questa storia?»
Un giorno in cui Caprifoglio era seduta in un padiglione ombroso da cui si vedeva una piccola vasca di pesci, fu colta improvvisamente da un violento attacco di colica. Sconvolta dalle convulsioni, disse a un domestico di chiamare il padre, poi subito cadde a terra svenuta.
Quando il Signor Min arrivò dalla figlia, era ancora incosciente. Dopo aver mandato a chiamare il medico di famiglia con la raccomandazione di fare in fretta, portò la figlia a letto, ma pur essendosi ripresa dallo svenimento, il terribile dolore continuava fino a quando la povera ragazzo fu quasi morta per l’esaurimento.
Ora, quando il sapiente dottore arrivò e la osservò da dietro i suoi enormi occhiali, non riuscì a scoprire la causa della malattia. Tuttavia, come fanno spesso anche i nostri medici occidentali, non confessò la sua ignoranza, ma prescrisse un’enorme quantità di acqua bollente, da far seguire subito da un miscuglio di corna di cervo polverizzate e pelle di rospo secca.
La povera Caprifoglio giacque in agonia per tre giorni, diventando sempre più debole per la mancanza di sonno. Ogni grande medico della regione era stato chiamato per un consulto; due erano venuti da Changsha, il capoluogo della provincia, ma tutto era inutile. Era uno di quei casi che sembrava andare oltre le capacità perfino dei più dotti medici. Sperando d’intascare la sostanziosa ricompensa offerta dal padre disperato, questi uomini sapienti sfogliarono dalla prima all’ultima pagina l’enciclopedia della medicina cinese nel vano tentativo di trovare un sistema per curare la povera ragazza. Si era pensato di convocare certi medici stranieri da città e paesi lontani, credendo che per ottenere le loro doti strabilianti avessero addirittura stretto un patto con il diavolo. Ma il capo della città non permise al Signor Min di far venire questi stranieri nel timore che la gente potesse spaventarsi.
Il Signor Min inviò in ogni direzione un proclama in cui descriveva la malattia della figlia e si offriva di concederle una gigantesca dote e di darla in sposa a chiunque avesse i mezzi e le capacità per ridarle la salute e la felicità. Poi sedette accanto al suo letto e attese, sentendo di aver fatto tutto ciò che era in suo potere. In molti risposero al suo invito. Medici vecchi e giovani giunsero da ogni parte dell’impero per mettere alla prova la loro abilità, e quando vedevano la povera Caprifoglio e anche l’enorme mucchio d’argento che il padre offriva come dono di nozze, si adoperavano con tutte le loro forze per salvarle la vita, alcuni attratti dalla sua grande bellezza e dalla sua buona fama, altri dalla fantastica ricompensa.
Ma ahimè, povera Caprifoglio! Nessuno di quegli uomini sapienti riuscì a curarla! Un giorno in cui si sentiva leggermente meglio chiamò il padre e, stringendogli la mano con la sua piccola mano, disse:
«Se non fosse per il tuo amore, avrei già rinunciato a questa dura lotta e me ne sarei andata nel regno oscuro o, come diceva la mia vecchia nonna, me ne sarei volata nei Cieli dell’Ovest. Per te, perché sono la tua unica figlia e soprattutto perché non hai figli, ho combattuto duramente per vivere, ma ora sento che il prossimo attacco di questo male terribile mi porterà via. Ma io non voglio morire!»
Poi Caprifoglio pianse come se il suo cuore si stesse spezzando, e suo padre pianse con lei, perché più lei soffriva, più lui la amava.
Subito dopo il suo viso impallidì.
«Sta arrivando! Il dolore sta arrivando, padre! Tra poco non ci sarò più. Addio, padre! Addio, add…».
La sua voce si spezzò e un grande spasimo spezzò il cuore di suo padre. Si allontanò dal letto: non poteva sopportare di vederla soffrire. Uscì di casa e sedette su una rozza panca; la testa gli ricadde sul petto e lacrime salate scesero sulla sua lunga barba grigia.
Mentre il Signor Min sedeva così oppresso dalla sofferenza, fu spaventato nell’udire un leggero gemito. Alzando lo sguardo vide con stupore un irsuto cane di montagna grande quanto un Terranova. L’enorme animale fissò il vecchio negli occhi con un’espressione così intelligente e umana, con uno sguardo così triste e tenero, che il vecchio gli si rivolse dicendo:
«Perché sei venuto? Forse per curare mia figlia?»
Il cane rispose con tre brevi latrati, dimenando la coda e girandosi verso la porta semiaperta che conduceva nella stanza dove giaceva la ragazza.
Allora il Signor Min, intenzionato a non trascurare alcuna occasione per guarire la figlia, invitò l’animale a seguirlo nella stanza di Caprifoglio. Con le zampe anteriori sul lato del letto, il cane osservò a lungo e fissamente la forma consunta davanti a lui e tenne per qualche istante l’orecchio sul cuore della ragazza. Poi, con un leggero colpo di tosse, fece uscire dalla bocca una piccola pietra e la posò nella mano distesa della ragazza. Toccandole il polso con la zampa destra, le fece segno di inghiottire la pietra.
«Sì, mia cara, fai quello che ti dice», le consigliò il padre, quando lei gli rivolse uno sguardo interrogativo, «perché il buon Dottor Cane è stato mandato al tuo capezzale dalle creature magiche della montagna che hanno udito della tua malattia e vogliono richiamarti alla vita».
Senza attendere oltre la ragazza malata e tormentata da una terribile febbre sollevò la mano alle labbra e inghiottì quel piccolo oggetto. Meraviglia delle meraviglie! La pietra le aveva appena attraversato le labbra, che avvenne il miracolo. Il colore le tornò sul viso, il polso riprese il ritmo normale, i dolori scomparvero dal suo corpo, e lei si alzò dal letto guarita e sorridente.
Gettando le braccia al collo del padre esclamo fuori di sé per la gioia:
«Oh, sto di nuovo bene, sto bene e sono felice grazie alla medicina di questo buon dottore».
Il nobile cane latrò tre volte, lieto di udire queste commoventi parole di gratitudine, s’inchinò profondamente e mise il naso nella mano distesa di Caprifoglio.
Il Signor Min, spinto dalla gratitudine per la magica guarigione della figlia, si rivolse allo strano dottore dicendo:
«Nobile signore, se non fosse per il vostro aspetto, per qualche motivo sconosciuto, vi donerei volentieri quattro volte la ricompensa che ho promesso per la cura di mia figlio. Ma così come stanno le cose, immagino che voi non usiate argento, tuttavia ricordatevi che finché vivrò, qualunque cosa io possieda sarà vostra non appena me la chiederete, e vi prego di prolungare la vostra visita e fare di questa casa la casa della vostra vecchiaia. In parole povere, vi prego di rimanere qui per sempre come mio ospite, anzi, come membro della mia famiglia».
Il cane latrò tre volte in segno di assenso. Da quel giorno fu trattato da padre e figlia come un loro pari. I servitori avevano l’ordine di obbedire anche ai suoi minimi comandi, di servirgli i cibi più prelibati, di non badare a spese nel renderlo il più felice e ben nutrito cane del mondo. Ogni giorno correva al fianco di Caprifoglio mentre lei coglieva fiori nel giardino, dormiva davanti a lei quando riposava, sorvegliava la sua portantina quando i servitori la trasportavano in città. In breve, era il suo compagno inseparabile, tanto che un estraneo avrebbe pensato che fossero amici fin dall’infanzia.
Ma un giorno, mentre stavano tornando da un viaggio fuori dalle proprietà del padre, nel momento preciso in cui Caprifoglio stava scendendo dalla portantina, senza un attimo di preavviso, il grosso animale oltrepassò d’un balzo i servitori, afferrò con la bocca la bella padrona e, prima che qualcuno riuscisse a fermarlo, la trasportò via sulle montagne. Prima che fosse dato l’allarme, l’oscurità scese sulla valle e, dal momento che la notte era nuvolosa, non fu possibile trovare alcuna traccia del cane e del prezioso carico che trasportava.
Ancora una volta il padre sconvolto non lasciò nulla di intentato per salvare la figlia. Ricchissime ricompense furono offerte, gruppi di boscaioli andavano su e giù per le montagne, ma non si riuscì a trovare traccia della ragazza. Il disgraziato padre abbandonò la ricerca e cominciò a prepararsi alla morte. Non gli era rimasto nulla da amare nella vita, nulla se non il ricordo della figlia perduta. Caprifoglio se n’era andata per sempre.
«Ahimè», diceva citando i versi scritti da un celebre poeta sconvolto dalla disperazione:
«Le mie chiome bianche formeranno una corda infinita,
Ma non lunga abbastanza per misurare la profondità della mia pena».
Trascorsero così molti lunghi anni, anni di sconforto per il vecchio, che si struggeva per la figlia perduta.
In un bel mese di ottobre era seduto nello stesso padiglione in cui era stato spesso seduto con la sua amata figlia. La sua testa era china in avanti sul petto, la fronte era solcata da rughe. Un fruscio di foglie attrasse la sua attenzione. Guardò in su. In piedi proprio di fronte a lui c’era il Dottor Cane e, meraviglia!, a cavallo del suo dorso, attaccata al pelo irsuto dell’animale, c’era Caprifoglio, la figlia da tempo perduta, e in piedi vicino a lei d’erano tre dei più bei bambini che mai gli si fossero presentati davanti agli occhi!
«Figlia mia! Amata figlia, dove sei stata per tutti questi anni?» esclamò felice il padre, stringendosi la figlia al petto sofferente. «Hai sofferto molto da quando sei stata strappata via così all’improvviso? Hai vissuto una vita piena di tristezza?»
«Solo pensando alle tue pene», rispose lei teneramente premendogli la fronte con le dita sottili, «solo pensando alle tue sofferenze, solo pensando a quanto mi sarebbe piaciuto vederti ogni giorno e dirti che il mio sposo era buono e gentile con me. Perché devi sapere, amato padre, che quello che sta in piedi accanto a te non è un animale. Questo Dottor Cane, che mi ha curata e mi ha chiesta in sposta in virtù della tua promessa, è un grande mago. Può tramutarsi a suo piacimento in migliaia di forme. Ha scelto di venire qui sotto le sembianze di un animale delle montagne in modo che nessuno potesse scoprire il segreto del suo palazzo lontano».
«Dunque è tuo marito?» chiese esitante il vecchio, fissando l’animale con un’espressione nuova sul viso grinzoso.
«Sì, il mio tenero e nobile marito, il padre dei miei tre figli, tuoi nipoti, che abbiamo portato con noi a farti visita».
«E dove abitate?»
«in una splendida grotta nel cuore delle grandi montagne, una bella grotta con i muri e i soffitti coperti di cristalli e tempestati di gemme scintillanti. Le sedie e i tavoli sono incrostati di gioielli, le stanze sono illuminate da migliaia di diamanti lucenti. È perfino più bella del palazzo del Figlio del Cielo! Mangiamo le carni di cervi selvatici e capre di montagna e beviamo l’acqua dei più limpidi ruscelli. Beviamo acqua fresca da coppe d’oro, senza prima bollirla, perché è purezza assoluta. Respiriamo aria profumata che soffia attraverso boschi di pini e abeti. Viviamo solo per amarci l’un l’altra e per amare i nostri figli. Siamo tanto tanto felici! E tu, padre, tu devi tornare indietro con noi sulle grandi montagne e vivere con noi il resto dei tuoi giorni che, se gli dei vorranno, saranno moltissimi».
Il vecchio strinse ancora più forte la figlia al petto e accarezzò i bambini, che si arrampicavano su di lui contenti di conoscere il nonno che non avevano mai visto prima.
Si dice che dal Dottor Cane e dall’amabile Caprifoglio abbia avuto origine il famoso popolo degli Yus, che ancor oggi abita le regioni montagnose delle provincie di Canton e Hunan. Tuttavia non è per questo motivo che vi abbiamo raccontato questa storia, ma perché siamo certi che a tutti i lettori farà piacere conoscere il segreto del cane che curò una ragazza malata e la conquistò come sua sposa.


NOTE
Testo originale in:
http://zeluna.net/chinese-fairytales-thestrangetaleofdoctordog.html

Ultimo aggiornamento: Maggio 2017

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