leggende orientali – L’ANELLO INCANTATO

Leggenda dall’India

Tradotta da Dario55

L’ANELLO INCANTATO

Un mercante mandò suo figlio per il mondo con trecento rupie, dicendogli di recarsi in un altro paese e di cercare di far fortuna nel commercio. Il figlio prese i soldi e partì. Non aveva percorso molta strada, quando s’imbatté in alcuni pastori che litigavano per un cane, perché alcuni di essi volevano ucciderlo.
«Vi prego, non uccidete quel cane», supplicò il giovane che aveva il cuore tenero. «Vi pagherò cento rupie per lui».
Naturalmente l’affare fu concluso in un batter d’occhio, e quello sciocco ragazzo prese il cane con sé e continuò il suo viaggio. Dopo un po’ incontrò delle persone che litigavano per un gatto. Alcune di loro volevano ucciderlo, ma altre no.
«Per favore, non uccidetelo», disse, «vi darò cento rupie per lui».
Naturalmente gli diedero subito il gatto e intascarono i soldi. Continuò a camminare finché giunse in un villaggio, dove alcune persone stavano litigando per un serpente che avevano appena catturato. Alcuni volevano ucciderlo, altri no.
«Per favore, non uccidete quel serpente», disse, «vi darò cento rupie per lui».
Naturalmente furono d’accordo e anche molto contenti.
Quanto era sciocco quel ragazzo! Cosa poteva fare adesso che tutti i soldi se n’erano andati? Cosa, se non tornare da suo padre? E quindi tornò a casa.
«Stupido! Mascalzone!» sbottò il padre quando ebbe udito che aveva fatto il figlio con tutti i soldi che gli aveva dato. «Vai ad abitare nelle stalle e pentiti della tua follia. Non metterai mai più piede in casa mia!».
E così il giovane si allontanò e visse nelle stalle. Il suo letto era l’erba sparsa per il bestiame e i suoi compagni erano il cane il gatto, e il serpente che aveva comprato a tanto caro prezzo. Queste creature gli si erano affezionate moltissimo e lo seguivano durante il giorno e dormivano vicino a lui durante la notte; il gatto aveva l’abitudine di dormire ai suoi piedi, il cane sulla sua testa e il serpente sul suo corpo, con la testa da un lato e la coda dall’altro.
Un giorno il serpente parlando disse al padrone:
«Io sono il figlio del Raja Indrasha. Un giorno mentre ero fuori a prendere una boccata d’aria alcune persone mi hanno catturato e mi avrebbero ucciso, se tu non fossi arrivato in tempo a salvarmi. Non so come potrò mai ripagarti per la tua immensa generosità. Vorrei che tu conoscessi mio padre! Quale sarebbe la sua felicità nel vedere il salvatore di suo figlio!»
«Dove vive tuo padre? Mi piacerebbe conoscerlo, se fosse possibile», disse il giovane.
«Splendido!» continuò il serpente. «Vedi quella montagna lontana? In cima a quella montagna c’è una sorgente sacra. Se verrai con me e t’immergerai in quella sorgente, potremo raggiungere insieme il paese di mio padre. Quanto sarà felice di vederti! E vorrà anche ricompensarti. Ecco come devi fare. Dovrai dimostrarti onorato di accettare qualcosa dalle sue mani. Se ti chiederà cosa ti piacerebbe, sarà bene che tu risponda: “L’anello che porti alla mano destra e il famoso vaso con il mestolo che possiedi”. Con questi oggetti in tuo possesso non avrai mai più bisogno di nulla, perché è sufficiente che un uomo parli all’anello, e subito gli sarà donato uno stupendo palazzo completamente arredato, mentre il vaso e il mestolo gli forniranno cibi di ogni genere tra i più rari e squisiti».
Accompagnato dai suoi tre amici, il giovane camminò fino alla sorgente e si preparò a saltarvi dentro secondo le istruzioni del serpente.
«Padrone!» esclamarono il gatto e il cane quando videro che cosa stava per fare. «E noi cosa faremo? Dove andremo?»
«Aspettatemi qui», rispose lui. «Non sto andando lontano. Non starò via molto». Così dicendo s’immerse nell’acqua e scomparve alla vista.
«E adesso che facciamo?» chiese il cane al gatto.
«Dobbiamo restare qui», rispose il gatto, «come ci ha ordinato il padrone. Non preoccuparti per il cibo. Andrò nelle case della gente e tornerò con un sacco di cibo per tutti e due».
Così fece, e vissero entrambi comodamente finché il padrone tornò e si unì nuovamente a loro.
Il giovane e il serpente raggiunsero la meta senza pericoli, e al Raja fu recata la notizia del loro arrivo. Sua altezza ordinò che il figlio e lo straniero si presentassero a lui. Ma il serpente rifiutò, dicendo che non poteva recarsi dal padre finché non fosse stato liberato da quello straniero che lo aveva salvato da una morte orribile e del quale di conseguenza era schiavo. Allora il Raja andò da loro, abbracciò il figlio e salutò lo straniero dandogli il benvenuto nel suo regno. Il giovane soggiornò nel regno per alcuni giorni, durante i quali ricevette l’anello che il Raja portava alla mano destra e il vaso con il mestolo in segno della gratitudine di sua altezza per aver liberato suo figlio. Poi fece ritorno.
Raggiunta la sorgente ritrovò i suoi amici, il cane e il gatto, che lo aspettavano. Non appena si videro, si raccontarono a vicenda quel che era accaduto dall’ultima volta che si erano visti e furono tutti molto felici. Poi s’incamminarono insieme verso la riva del fiume, dove fu presa la decisione di mettere alla prova il potere dell’anello incantato, del vaso e del mestolo.
Il figlio del mercante parlò all’anello, e immediatamente apparvero una bella casa e una graziosa principessa dai capelli d’oro. Parlò al vaso e al mestolo e furono serviti loro i manicaretti più deliziosi. E così sposò la principessa, e vissero molto felici per molti anni, finché una sera la principessa, mentre si acconciava, infilò un ciuffo di capelli sciolti in una canna cava e li gettò nel fiume che scorreva accanto alla finestra.
La canna galleggiò nell’acqua per molte miglia e infine fu raccolta dal principe di quel paese, che l’aprì con curiosità e vide i capelli d’oro. A quella scoperta il principe corse a palazzo, si chiuse nella sua stanza e non ne volle più uscire. Si era innamorato perdutamente della donna di cui aveva raccolto i capelli e rifiutò di mangiare o bere o dormire o uscire fino a quando non l’avessero condotta da lui. La cosa procurava grandi angustie al re suo padre, che non sapeva cosa fare. Temeva che il figlio sarebbe morto e lo avrebbe lasciato senza un erede. Infine decise di chiedere consiglio a sua zia, che era un’orchessa. La vecchia accettò di aiutarlo e gli consigliò di non preoccuparsi, perché si sentiva sicura di riuscire a ottenere quella bella donna come sposa per il figlio del re.
Assunse la forma di un’ape e si allontanò ronzando, ronzando e ancora ronzando. Il suo acuto senso dell’olfatto la condusse ben presso dalla bella principessa, alla quale comparve sotto forma di una vecchia megera con un bastone in una mano per sostenersi. Si presentò dalla bella principessa e disse:
«Sono tua zia, che non hai mai visto prima perché ho lasciato il paese subito dopo la tua nascita».
Poi abbracciò e baciò la principessa per rendere più convincenti le sue parole. La bella principessa fu completamente ingannata. Ricambiò l’abbraccio dell’orchessa e la invitò a entrare e a rimanere nella casa per tutto il tempo che voleva, trattandola con tanto onore e attenzioni che l’orchessa pensò tra sé: “Non ci vorrà molto a portare a termine il mio incarico”. Dopo che ebbe trascorso tre giorni nella casa, cominciò a parlare dell’anello incantato e la consigliò di tenerlo lei anziché il marito, perché questi era sempre fuori a caccia e avrebbe potuto perderlo. Allora la bella principessa chiese l’anello al marito, che glie lo diede prontamente.
L’orchessa attese un altro giorno prima di chiedere di vedere il prezioso oggetto. Senza dubitare di nulla la bella principessa accontentò l’orchessa, questa prese l’anello e riprendendo la forma di un ape tornò volando al palazzo, dove il principe era quasi in punto di morte.
«Alzati. Sii felice. Non essere più triste», gli disse. «La donna per la quale ti struggi comparirà alle tue chiamate. Guarda, questo è l’oggetto magico con cui potrai portarla davanti a te».
Il principe quasi impazzì dalla gioia all’udire queste parole e tanto grande era il suo desiderio di vedere la bella principessa, che subito parlò all’anello, e la casa con la sua incantevole abitante si posò al centro del giardino del palazzo. Subito il principe entrò e dichiarando il suo grande amore alla principessa, le chiese di diventare sua moglie. Non vedendo via di scampo a quella situazione, lei accettò a condizione che lui avrebbe dovuto aspettarla per un mese.
Nel frattempo il figlio del mercante era tornato dalla caccia ed era terribilmente preoccupato per non aver trovato né la casa né la moglie. Era rimasto solo il luogo, come lo ricordava prima di mettere alla prova l’anello che il Raja Indrasha gli aveva donato. Sedette a terra e decise di farla finita. Poco dopo arrivarono il cane e il gatto. Si erano tenuti distanti e nascosti, quando avevano visto che la casa e tutto il resto stavano scomparendo.
«Oh, padrone!» dissero, «Non farlo. È una dura prova, ma si può rimediare. Concedici un mese di tempo e cercheremo di ricuperare tua moglie e la casa».
«Andate», disse lui, «e che gli dei vi aiutino. Ridatemi mia moglie, e mi restituirete la vita».
E così il gatto e il cane si misero in cammino e non si fermarono finché non raggiunsero il luogo in cui erano state portate la padrona e la casa.
«Potremmo incontrare delle difficoltà qui», disse il gatto. «Guarda, il figlio del re ha preso per sé la moglie del padrone e la casa. Tu rimani qui. Io andrò fino alla casa e cercherò di vederla».
Così il cane si sedette, e il gatto si arrampicò fino alla finestra della stanza dove si trovava la bella principessa ed entrò. La principessa riconobbe il gatto e lo informò di tutto quello che era accaduto da quando se n’era andata.
«Proprio non c’è modo di fuggire dalle mani di questa gente?» chiese.
«Sì», rispose il gatto, «se puoi dirmi dov’è l’anello incantato».
«L’anello è nello stomaco dell’orchessa», disse lei.
«Perfetto», disse il gatto, «andrò a ricuperarlo. Una volta in mano nostra, saremo salvi».

image_0163Allora il gatto scese lungo il muro della casa, entrò nella tana di un topo e finse di essere morto. Ora, in quel periodo un grande matrimonio stava per essere celebrato nella comunità dei topi, e tutti i topi dei dintorni si erano radunati proprio in quella tana dove giaceva il gatto. Stava per sposarsi il figlio maggiore del re dei topi. Il gatto lo venne a sapere e subito gli venne l’idea di rapire lo sposo e farsi prestare l’aiuto necessario. Di conseguenza, quando la processione sciamò dalla tana gridando e saltando per celebrare l’evento, subito il gatto individuò lo sposo e balzo su di lui.
«Lasciami! Lasciami!» gridò il topo terrorizzato.
«Lascialo andare!» gridarono tutti. «È il suo giorno di nozze!»
«No!» ribatté il gatto. «No, a meno che non facciate qualcosa per me. Ascoltate. L’orchessa che vive in quella casa con il principe e sua moglie ha inghiottito un anello che desidero moltissimo. Se me lo procurerete, lascerò che questo topo se ne vada senza un graffio. Altrimenti, il vostro principe morirà».
«Va bene, siamo d’accordo», dissero tutti. «Anzi, se non ti porteremo l’anello, potrai divorarci tutti».
Questa era un’offerta molto coraggiosa,. Tuttavia riuscirono a compiere la missione. A mezzanotte, mentre l’orchessa era profondamente addormentata, uno dei topi si avvicinò al lato del letto, si arrampicò sulla sua faccia e infilò la coda nella sua gola; al che l’orchessa tossì violentemente, e l’anello uscì fuori e rotolò sul pavimento. Subito i topi s’impadronirono del prezioso oggetto e corsero via con esso dal loro re, che fu molto felice, andò immediatamente dal gatto e liberò il figlio.
Non appena il gatto ebbe ricevuto l’anello, ripartì con il cane per riferire al padrone la bella notizia. Ora tutto sembrava sistemato. Dovevano solo ridargli l’anello, lui gli avrebbe parlato e la casa e la bella principessa sarebbero tornati da lui, e tutto sarebbe andato felicemente come prima. “Come sarà contento il padrone!” pensavano, e correvano veloci quanto le loro zampe lo permettevano. Ora, sulla via del ritorno, dovettero attraversare un fiume. Il cane nuotava, e il gatto gli sedeva sul dorso. Ma il cane era geloso del gatto e gli chiese l’anello, minacciando di farlo cadere in acqua se non glie lo avesse dato; al che il gatto gli diede l’anello. Triste momento, perché il cane lo fece cadere, e un pesce lo inghiottì.
«Oh! E adesso cosa faccio? Adesso cosa faccio?» si lamentava il cane
«Quel che è fatto, è fatto», replicò il gatto. «Dobbiamo cercare di ricuperarlo e se non ci riusciremo, sarà meglio che ci lasciamo annegare nel fiume. Ho un piano. Vai e uccidi un piccolo agnello, poi portalo qui da me».
«D’accordo», disse il cane e subito corse via. Poco dopo tornò con un agnello morto e lo diede al gatto. Il gatto entrò nell’agnello e si sdraiò, dicendo al cane di andare un po’ lontano e rimanere in silenzio. Poco dopo un nadhar, un uccello il cui sguardo poteva spezzare le ossa di un pesce, arrivò, volò sopra l’agnello e alla fine lo ghermì per portarselo via. In quell’istante il gatto uscì e saltò sull’uccello minacciando di ucciderlo se non avesse ricuperato l’anello perduto. Subito il nadhar promise che sarebbe volato immediatamente dal re dei pesci e gli avrebbe ordinato di cercare e restituire l’anello. Il re dei pesci lo fece, e l’anello fu trovato e riportato al gatto.
«Forza, andiamo», disse il gatto al cane, «ho riavuto l’anello».
«No, non voglio venire», disse il cane, «se non mi permetti di tenere l’anello. Posso benissimo portarlo al posto tuo. Fammelo tenere o ti uccido».
E così il gatto fu costretto a dargli l’anello. Il cane distratto poco dopo lo fece cadere di nuovo. Questa volta fu afferrato e portato via da un nibbio.
«Guarda, guarda, è andato a finire su quel grande albero», esclamò il cane. «Oh, povero me! Cosa devo fare?», si lamentava il cane.
«Razza di stupido! Lo sapevo che sarebbe andata così», disse il gatto. «Ma adesso smettila di abbaiare o quell’uccello si spaventerà e volerà in un posto che non potremo ritrovare».
Il gatto attese finché fu quasi buio, poi si arrampicò sull’albero, uccise il nibbio e ricuperò l’anello.
«Andiamo!», disse al cane una volta disceso a terra. «Adesso dobbiamo far presto. Siamo in ritardo. Il padrone starà morendo di angoscia nell’attesa. Sbrigati!»
Il cane, che ora provava grande vergogna di se stesso, supplicò il gatto di perdonarlo per tutti i fastidi che gli aveva procurato. Ebbe paura di chiedergli l’anello per la terza volta, e così poterono raggiungere il padrone afflitto e consegnargli il prezioso anello incantato. In un attimo il suo dolore si trasformò in gioia. Parlò all’anello e la sua bella moglie insieme alla casa riapparvero, e tutti vissero felici quanto più non si può immaginare.

FINE


NOTE

Testo originale e illustrazione in:

Indian Fairy Tales, selected and edited by Joseph Jacobs, illustrated by John D. Batten, London, David Nutt, 1892
http://www.mirrorservice.org/sites/gutenberg.org/7/1/2/7128/7128-h/7128-h.htm

Ultimo aggiornamento: Settembre 2016

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