Leggende Orientali – LO SPIRITO DEL KAKEMONO

Leggenda dal Giappone

Tradotta da Dario55

LO SPIRITO DEL KAKEMONO

Circa duecentocinquanta anni or sono una strana leggenda fu collegata a un kakemono dipinto da un celebre artista di nome Sawara Kameju, e a causa dei motivi che si leggeranno in questa storia, il kakemono fu affidato al capo dei sacerdoti del tempio di Korinji perché ne avesse cura.

Nel mare interno tra Umedaichi e Kure (oggi un grande porto navale) e nella provincia di Aki c’era il piccolo villaggio di Yaiyama, in cui viveva un pittore di nome Abe Tenko. Abe Tenko, più che dipingere, insegnava e per vivere faceva assegnamento soprattutto sui pochi mezzi che aveva ereditato alla morte del padre e sugli aspiranti artisti che soggiornavano al villaggio per prendere ogni giorno lezioni da lui. L’isola e il paesaggio roccioso dei dintorni fornivano continua ispirazione, e Tenko non era mai a corto di allievi.
Uno di questi era poco più di un ragazzo, avendo solo diciassette anni. Si chiamava Sawara Kameju ed era il suo allievo più promettente. Era stato mandato da Tenko oltre un anno prima, quando aveva poco più di sedici anni, e, poiché Tenko era amico di suo padre, Sawara era stato ospitato in casa dell’artista, che lo trattava come se fosse suo figlio.
Tenko aveva una sorella che era andata a servizio del Signore di Aki, dal quale aveva avuto una figlia. Se fosse stato maschio, il bambino sarebbe stato adottato dalla famiglia Aki. ma essendo una bambina, secondo le usanze giapponesi era stata rimandata dalla madre, con il risultato che Tenko si era fatto carico della bambina, che si chiamava Kimi. Poiché la madre era morta, la bambina aveva vissuto con lui per sedici anni. La nostra storia comincia con O Kimi ormai diventata una graziosa ragazza.
O Kimi era devotissima al padre adottivo Tenko. Si occupava praticamente di tutte le questioni di casa, e Tenko la considerava come se fosse la sua vera figlia anziché una nipote illegittima e si affidava a lei in tutto.
Dopo l’arrivo del giovane studente il cuore di O Kimi cominciò a darle molti guai. Si era innamorata di lui. Sawara provava una grande ammirazione per O Kimi, ma di amore neanche una parola: era troppo preso dai suoi studi. Considerava Kimi una ragazza dolce, mangiava ciò che cucinava e godeva della sua compagnia. Avrebbe combattuto per lei e le voleva bene, ma non lo sfiorò mai il pensiero che fosse altro che una sorella e di potersi innamorare di lei. Così alla fine un giorno accadde che O Kimi, con il cuore in pena, approfittò dell’assenza del tutore, che era andato al tempio per eseguire un lavoro di pittura per i sacerdoti. O Kimi dunque si fece coraggio e dichiarò a Sawara il proprio amore. Gli disse che da quando era arrivato in casa, il suo cuore non aveva più conosciuto pace. Che lo amava e che lo avrebbe sposato se solo lui avesse voluto.
Questa richiesta modesta e semplice, accompagnata dall’offerta del tè, era troppo perché il giovane Sawara potesse rifiutare. Dopo tutto non ce ne sarebbe stato motivo, pensò: “Kimi è una ragazza molto bella e attraente, e mi piac emoltissimo, e un giorno o l’altro dovrò sposarmi”.
E così Sawara disse a Kimi che anche lui l’amava e sarebbe stato contentissimo di sposarla non appena avesse terminato gli studi, cioè due o tre anni dopo. Kimi era al colmo della gioia e, quando il buon Tenko fece ritorno dal tempio di Korinji, lo informò di quanto era accaduto.
Sawara s’impegnò con rinnovato zelo e lavorò assiduamente, migliorando moltissimo il proprio stile di pittura, cosicché dopo un anno Tenko ritenne buona cosa che finisse gli studi a Kyoto sotto la guida di uno dei suoi vecchi amici, un pittore di nome Sumiyoshi Myokei. E così, nella primavera del sesto anno di Kioho (cioè nel 1721), Sawara prese congedo da Tenko e dalla sua graziosa nipote O Kimi e partì alla volta della capitale. Fu una triste partenza. L’amore di Sawara per Kimi si era fatto sempre più grande e profondo, e promise che non appena si fosse fatto un nome, sarebbe tornato e l’avrebbe sposata.
Nei tempi passati i giapponesi erano incredibilmente ancora meno propensi a scrivere di quanto lo siano ora, e anche gli innamorati o le coppie impegnate non si scambiavano corrispondenza.
Dopo un anno dalla partenza, Sawara pensò che sarebbe stato il momento di scrivere e di raccontare tutto quello che era successo, ma non lo fece. Trascorse un secondo anno, e ancora nessuna notizia. Nel frattempo molti ammiratori di O Kimi avevano chiesto la sua mano a Tenko, ma Tenko aveva invariabilmente risposto e che Kimi San era già impegnata, finché un giorno Myokei gli fece sapere che Sawara stava facendo progressi straordinari e desiderava ardentemente che il ragazzo sposasse sua figlia. Aveva ritenuto opportuno chiedere al vecchio amico Tenko prima di parlarne con Sawara.
Tenko, dal canto suo, aveva ricevuto da un ricco mercante una richiesta per la mano di O Kimi. Cosa doveva fare? Sawara non dava segno di voler ritornare, anzi, sembrava che Myokei non vedesse l’ora di farlo entrare a far parte della propria famiglia. “Questo”, pensava Tenko, “dev’essere un pensiero allettante per lui. Myokei è un insegnante migliore di me, e se Sawara sposa sua figlia, ci metterà ancor più diligenza nell’istruzione del mio allievo. Inoltre è consigliabile che Kimi sposi questo ricco e giovane mercante, se mai riuscirò a convincerla a farlo, il che sarà difficile, visto che ama ancora Sawara. E ho paura che lui l’abbia dimenticata. Tenterò un piccolo stratagemma e le dirò che Myokei mi ha scritto che Sawara sta per sposare sua figlia, così forse lei avrà tanta voglia di vendicarsi, che accetterà di sposare il giovane mercante”. Così ragionando tra sé, scrisse a Myokei per dirgli che dava il proprio pieno consenso a che Sawara diventasse suo genero e che augurava a quest’ultimo ogni successo negli studi e nella professione.
La sera parlò a Kimi.
«Kimi», disse, «oggi ho ricevuto notizie di Sawara attraverso il mio amico Myokei».
«Oh, dimmi cosa ti ha scritto!» esclamò Kimi eccitata. «Ha finito i suoi studi e sta tornando? Che gioia sarà rivederlo! Potremo sposarci ad aprile, quando fioriscono i ciliegi, e lui potrà dipingere un quadro della nostra prima scampagnata».
«Ho paura, Kimi, che le notizie che ti devo dare non riguardino il suo ritorno. Al contrario, Myokei mi ha chiesto di acconsentire che Sawara sposi sua figlia e, poiché credo che una richiesta del genere non sarebbe stata fatta se Sawara ti fosse rimasto fedele, ho risposto di non avere obiezioni al matrimonio. E ora, quanto a te, sappi che mi dispiace profondamente dirti questo, ma come tuo zio e tutore desidero di nuovo cercare di convincerti dell’opportunità di sposare Yorozuya, il giovane mercante che ti ama profondamente ed è in ogni senso un ottimo marito per te; per questo devo insistere, perché credo sia la cosa migliore».
La povera O Kimi San scoppiò in lacrime e singhiozzi e, senza rispondere una parola, fuggì nella sua camera, dove Tenko pensò che sarebbe stato meglio lasciarla sola per quella notte.
Al mattino se n’era andata, nessuno sapeva dove, di lei non c’era traccia.
Lontano, a Kyoto, Sawara continuava i suoi studi, fedele e leale a O Kimi. Myokei, dopo aver ricevuto la lettera di Tenko con l’approvazione che Sawara diventasse suo genero, chiese a Sawara se fosse disposto a concedergli questo onore.
«Se sposerai mia figlia, diventeremo una famiglia di pittori, e penso che tu sarai uno dei più famosi che il Giappone abbia mai avuto».
«Ma signore», esclamò Sawara, «non posso accettare l’onore di sposare tua figlia, perché sono già impegnato – e lo sono stato per gli ultimi tre anni – con Kimi, la figlia di Tenko. Mi stupisce che lui non te l’abbia detto!»
Per Myokei non c’era niente da replicare, ma per Sawara c’era molto a cui pensare. Forse finalmente cominciava a convincersi che è davvero stupido questo sistema giapponese di non scriversi un po’ di più. Quindi scrisse due volte a Kimi, ma non ricevette risposta. Poco dopo Myokei si ammalò di una brutta infreddatura e morì. Allora Sawara tornò alla casa nel villaggio di Aki, dove fu accolto con piacere da Tenko che, ora che era rimasto senza O Kimi, era costretto a trascorrere la vecchiaia da solo.
Quando Sawara udì che Kimi se n’era andata senza lasciare indirizzo né una lettera, si arrabbiò moltissimo perché nessuno glie ne aveva spiegato il motivo.
«Una ragazza ingrata e cattiva», disse a Tenko. «Sono stato fortunato a non averla sposata”»
«Sì, sì», disse Tenko «sei stato fortunato, ma non devi arrabbiarti così. Le donne sono cose strane e, come si suol dire, quando vedrai l’acqua risalire i fiumi e le galline fare le uova quadrate, allora potrai sperare di incontrare una donna veramente onesta e fedele. Ma vieni ora, voglio dirti che, poiché sto diventando sempre più vecchio e debole, desidero che tu diventi padrone della mia casa e di quanto possiedo. Dovrai prendere il mio nome e sposarti»
Sentendosi disgustato dalla condotta di O Kimi, Sawara fu pronto ad accettare. Fu trovata una graziosa ragazza di nome Kiku (Crisantemo), figlia di un facoltoso agricoltore, e lei e Sawara vissero felici con il vecchio Tenko, prendendosi cura della sua casa e occupandosi della proprietà. Sawara dipingeva nel tempo libero. Un po’ alla volta diventò piuttosto famoso.
Un giorno il Signore di Aki lo mandò a chiamare e gli disse che era suo desiderio che Sawara ritraesse i sette luoghi più belli delle isole di Kabakarijima; i dipinti sarebbero stati posti in vetrine d’oro.
Si trattava del primo incarico che Sawara riceveva da un’autorità così alta. Ne era molto orgoglioso e andò su e giù per le isole di Kabakari, facendo schizzi e abbozzi. Arrivò anche fino all’isola rocciosa di Shokokujima e all’isola disabitata di Daikokujima, dove gli capitò un’avventura.

O Kimi si uccide sull’isola

Passeggiando avanti e indietro per la spiaggia, incontrò una ragazza abbronzata dal sole e dal vento. Indossava solo un abito di cotone rosso attorno ai fianchi e i capelli le ricadevano sulle spalle. Stava raccogliendo molluschi e li riponeva in un cesto che teneva sotto braccio. Sawara pensò che era strano incontrare una donna sola in un luogo così selvaggio e ne fu ancora più convinto quando lei gli si rivolse dicendo:
«Tu sei certamente Sawara Kameju, vero?»
«Sì», rispose Sawara, «sono io, ma è molto strano che tu mi conosca. Posso domandarti chi sei?»
«Se tu sei Sawara, e io ti riconosco, dovresti riconoscermi anche tu senza chiederlo, perché non sono altri che Kimi, con la quale ti eri impegnato!»
Sawara fu sbalordito e stentava a credere a quello che vedeva, per cui le fece delle domande per sapere come aveva fatto ad arrivare in quell’isola solitaria e disabitata. O Kimi spiegò ogni cosa e terminò dicendo con un sorriso sul volto:
«E dato che, mio amatissimo Sawara, ho capito che quello che mi avevano raccontato era falso e non avresti sposato la figlia di Myokei, e che ci siamo mantenuti fedeli l’una all’altro, possiamo finalmente sposarci ed essere felici. Oh, pensa quanto saremo felici!»
«Ahimè, ahimè, mia adorata Kimi, non è possibile! Sono stato indotto a credere che tu avessi abbandonato il tuo benefattore Tenko e avessi smesso di pensare a me. Oh, la tristezza, la crudeltà di tutto questo! Mi hanno convinto che eri infedele e che te n’eri andata per sposare un altro!»
O Kimi non rispose, ma cominciò a correre lungo la spiaggia in direzione di una piccola capanna che si era costruita da sola per abitarvi. Correva veloce, e Sawara la inseguiva gridando: «Kimi, Kimi, fermati e parlami».
Ma Kimi non si fermò. Raggiunse la capanna e, afferrato un coltello, se lo conficcò nella gola, cadendo all’indietro e morendo dissanguata.
Sawara, disperato, scoppiò in lacrime. Era spaventoso vedere la ragazza che avrebbe potuto essere sua moglie giacere morta ai suoi piedi tutta coperta di sangue, dopo essersi data una morte così orribile con le sue mani.
Grandemente impressionato, prese un foglio di carta dalla borsa e tracciò uno schizzo del corpo.Poi, aiutato dal suo barcaiolo, seppellì O Kimi oltre la linea dell’alta marea, vicino alla primitiva capanna.
Più tardi, a casa, con il cuore colmo di tristezza, dipinse un quadro della ragazza morta e lo appese nella propria camera.
La prima notte dopo aver appeso il ritratto Sawara fece un sogno terribile.
Svegliandosi gli sembrò che la figura sul kakemono fosse viva: lo spirito di O Kimi ne uscì e si fermò in piedi accanto al suo letto. Notte dopo notte lo spirito riapparve, fino a quando Sawara non riuscì più a dormire e riposare.
Non c’era altro da fare, pensò, se non rimandare la moglie ai genitori, ciò che fece, dopodichè presentò il kakemono al tempio di Korinji, dove i sacerdoti lo tennero con grande cura pregando ogni giorno per lo spirito di O Kimi San.
Dopo allora Sawara non vide più lo spirito.
Il kakemono è chiamato “Pittura dello Spirito di Tenko II”, e si dice sia ancora conservato nel tempio di Korinji, dove fu collocato oltre 200 anni fa.

Lo spirito del Kakemoto

FINE

Testo originale e illustrazioni in: http://www.sacred-texts.com/shi/atfj/atfj39.htm

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