leggende orientali – LU-SAN FIGLIA DEL CIELO

Racconto popolare cinese

Tradotta da Dario55

Lu-San, Figlia del Cielo

Lu-san andò a letto senza aver mangiato nulla, ma il suo piccolo cuore aveva fame di qualcosa di più del cibo. Si strinse forte forte vicino ai suoi fratelli che dormivano, ma anche il loro sonno sembrava negarle quell’amore che desiderava. L’acqua che avvolgeva dolcemente i fianchi della casa galleggiante, una musica che l’aveva tanto spesso cullata nel paese dei suoi sogni, ora non riusciva a rasserenarla. Disprezzata e maltrattata da tutta la famiglia, la sua breve vita era stata piena di sofferenza e vergogna.
Il padre di Lu-san era un pescatore. La sua vita era stata una lunga lotta contro la povertà. Era ignorante e cattivo. Non provava più amore per la moglie e i cinque figli di quello che provava per i cani randagi della sua città. Aveva ripetutamente minacciato di affogarli, ora uno ora l’altro, e si era trattenuto dal farlo solo per paura del nuovo mandarino. La moglie non aveva il coraggio di provare a fermarlo quando a volte picchiava i figli fino a lasciarli mezzo morti sul pavimento. In verità anche lei era crudele con loro e spesso si accaniva su Lu-san, la sua unica figlia. La ragazzina non ricordava un solo giorno in cui fosse scampata a quelle percosse quotidiane, non una volta in cui i suoi genitori avessero avuto compassione di lei.
La sera in cui ha inizio questa storia, il padre e la madre di Lu-san, non sapendo che lei li stava ascoltando, stavano progettando il modo per sbarazzarsi di lei.
«Il mandarino si preoccupa solo dei ragazzi», disse lui rudemente. «Un uomo potrebbe uccidere dozzine di ragazze, e lui non direbbe una parola».
«Lu-san non serve a niente», aggiunse la madre. «La nostra barca è piccola, e lei è sempre al posto sbagliato».
«Sì, e mangia molto di più di quanto mangerebbe un ragazzo. Se sei d’accordo, lo farò questa notte stessa».
«Perfetto», rispose lei, «ma sarà meglio che aspetti finché la luna scompare».
«Molto bene, moglie, prima aspetteremo che tramonti la luna, poi toccherà alla ragazzina».
Non c’è da stupirsi che il piccolo cuore di Lu-san battesse forte per il terrore, perché il senso delle parole dei genitori non lasciava adito a dubbi.
Infine, quando li udì russare e capì che erano entrambi profondamente addormentati, si alzò senza far rumore, si vestì e si arrampicò su per la scala fino al ponte. Solo un pensiero aveva nel cuore, salvarsi fuggendo il più in fretta possibile. Non aveva vestiti di ricambio e neppure un boccone di cibo da portare con sé. Oltre agli abiti che indossava, solo una cosa poteva chiamare sua: una piccola immagine in steatite della dea Kwan-yin che un giorno aveva trovato mentre camminava sulla sabbia. Era stato l’unico tesoro e giocattolo della sua infanzia, e se non l’avesse custodita con cura, sua madre le avrebbe portato via anche quella. Oh, quanto aveva cullato quel piccolo idolo e con quanta attenzione aveva ascoltato le storie che un vecchio sacerdote le aveva raccontato su Kwan-yin, la Dea della Misericordia, la migliore amica delle donne e dei bambini a cui esse potevano sempre rivolgere le loro preghiere nei momenti di disperazione.

lusanEra molto buio quando Lu-san sollevò la botola e uscì all’aria aperta, guardandosi intorno nella notte. La luna era appena scomparsa, e le rane gracidavano lungo la riva. Spinse la porta pian piano e con prudenza, perché temeva che il vento entrando all’improvviso potesse svegliare quelli che dormivano nella barca o, ancora peggio, facesse cadere il coperchio della botola provocando un grande frastuono. Ma alla fine salì sul ponte, sola e pronta ad andare per il vasto mondo. L’acqua nera non le faceva paura mentre camminava sul lato della barca, e raggiunse la riva senza il minimo tremito.
Allora corse rapidamente lungo l’argine, ritraendosi nell’ombra ogni volta che udiva rumore di passi e nascondendosi dai passanti. Solo una volta il suo cuore tremò colmo di paura. Un grosso cane corse giù da una barca abbaiando contro di lei furiosamente. Tuttavia l’animale ringhiante non era pericoloso e quando vide quella ragazzina tremante, tirò su disgustato col naso essendosi accorto di quanto era minuta e tornò a sorvegliare l’entrata della sua barca.
Lu-san non aveva fatto un piano. Pensava che se fosse scampata alla morte di cui i suoi genitori avevano parlato, sarebbero stati contenti che se ne fosse andata e non l’avrebbero cercata. Quindi non era la sua famiglia di cui aveva paura mentre passava accanto alle file di case buie lungo la spiaggia. Aveva sentito spesso da suo padre parlare delle terribili azioni compiute in molte di quelle case galleggianti. Il ricordo più cupo della sua infanzia era la notte in cui il padre aveva quasi deciso di venderla come schiava al padrone di una barca come quella accanto alla quale stava passando in quel momento. La madre aveva consigliato di aspettare fino a quando Lu-san fosse stata un po’ più grande, perché così avrebbero ottenuto più soldi. E così suo padre non l’aveva venduta. Forse in seguito ci aveva provato e non ci era riuscito.
Per questo odiava gli abitanti del fiume ed era contenta di oltrepassare le loro case. Andava avanti, sempre avanti, quanto più veloce le sue piccole gambe potevano sopportare. Voleva fuggire il più lontano possibile dall’acqua scura, perché amava lo splendore del mattino e la terraferma.
Non appena Lu-san oltrepassò di corsa l’ultima casa galleggiante, tirò un sospiro di sollievo e un attimo dopo cadde come un fagottino sulla sabbia. Fino a quel momento non si era resa conto di quanto fosse sola. Più avanti c’era la grande città con le sue migliaia di persone addormentate. Nessuna di loro era sua amica. Non sapeva niente dell’amicizia, perché non aveva mai avuto una compagna di giochi. Oltre la città si stendeva la campagna, i villaggi addormentati, il mondo sconosciuto. Come si sentiva stanca! Quanta strada aveva percorso! Poco dopo, tenendo stretta la preziosa immagine tra le sue piccole mani e sussurrando una preghiera infantile a Kwan-yin, cadde addormentata.
Quando Lu-san si svegliò, un freddo gelido le corse attraverso il corpo, perché una persona sconosciuta era china su di lei. Ma subito si accorse con meraviglia che si trattava di una donna vestita con abiti come quelli indossati da una principessa. La ragazzina non aveva mai visto lineamenti così perfetti o un viso tanto amabile. In un primo momento, consapevole dei propri stracci sudici, si fece indietro timorosa, chiedendosi cosa sarebbe accaduto se quella meravigliosa creatura l’avesse toccata e si fosse insudiciata quelle bianche dita sottili. La ragazzina si era appena gettata a terra tremante, quando sentì che le sarebbe piaciuto gettarsi tra le braccia di quella magica creatura e supplicarla di avere pietà di lei. Solo la paura di vederla scomparire la trattenne dal farlo. Infine, incapace di resistere oltre, la ragazzina, inchinandosi, tese le mani verso la donna, dicendo:
«Oh, sei così bella! Prendi questo, perché devi essere tu che l’hai perso nella sabbia».
La principessa prese la statuetta di steatite, la osservò con curiosità, poi con un po’ di sorpresa disse:
«Lo sai, mia piccola e cara creatura, a chi stai regalando così il tuo tesoro?»
«No», rispose con semplicità la ragazzina, «ma è l’unica cosa che possiedo al mondo, e tu sei così amabile che sono sicura che appartiene a te. L’ho trovata sull’argine del fiume».
Poi accadde una cosa strana. La bella e regale signora si piegò e tese le braccia verso la sporca e cenciosa ragazzina. Con un grido di gioia la piccola fece un salto verso di lei: aveva finalmente trovato quell’amore che cercava da tanto tempo.
«Mia preziosa bimba, questa piccola pietra che hai conservato con tanto amore e che senza esitazione mi hai regalato sai chi raffigura?»
«Sì», rispose Lu-san, mentre il colorito le tornava sulle guance mentre si stringeva felice nell’abbraccio caldo della sua nuova amica, «è l’amabile dea Kwan-yin, colei che rende i bambini felici».
«E questa dea misericordiosa ha portato un raggio di sole nella tua vita, mia graziosa bimba?» chiese l’altra, mentre un leggero rossore si spandeva sulle sue amabili guance alle parole innocenti della povera ragazzina.
«Oh sì, se non fosse stato per lei, stanotte non sarei riuscita a scappare. Mio padre mi avrebbe uccisa, ma la buona signora del cielo ha ascoltato la mia preghiera e ha fatto in modo che stessi sveglia. Mi ha detto di aspettare finché si addormentava, poi di uscire e abbandonare la casa galleggiane».
«E dove stai andando, Lu-san, ora che hai abbandonato tuo padre? Non hai paura di essere tutta sola qui sull’argine di questo grande fiume?»
«No, oh no! Perché la madre benedetta mi proteggerà. Ha ascoltato le mie preghiere e so che mi mostrerà dove andare».
La signora strinse ancora più forte a sé Lu-san e qualcosa brillò nei suoi occhi luminosi. Una lacrima scese sulla sua guancia e cadde sulla testa della ragazzina, ma Lu-san non se ne accorse, perché si era quasi addormentata tra le braccia della sua protettrice.
Quando Lu-san si svegliò, si trovò distesa tutta sola sul suo letto nella casa galleggiante, ma, strano a dirsi, non fu impaurita nel ritrovarsi ancora una volta vicino ai suoi genitori. Un raggio di sole entrava illuminando il viso della ragazzina e annunciandole il sorgere di un nuovo giorno. Infine udì il suono di voci basse, ma non riuscì a riconoscere chi stava parlando. Poi, quando i toni si fecero più alti, riconobbe che i suoi genitori stavano parlando. Tuttavia sembrava che parlassero in modo meno duro del solito, come se si trovassero vicino al letto di qualcuno che dormiva e che non volevano svegliare.
«Perché», diceva il padre, «quando mi sono piegato per sollevarla dal letto, c’era una strana luce sul suo volto. L’ho toccata sul braccio e nello stesso tempo la mia mano è diventata debole come se avessi ricevuto una percossa. Poi ho sentito una voce che mi sussurrava nelle orecchie: “Come! Vorresti posare le tue mani malvagie su una che ha fatto scorrere le lacrime di Kwan-yin? Non sai che quando lei piange, piangono anche gli dei?”»
«Anch’io ho udito quella voce», disse la madre con voce tremante, «l’ho udita e sembrava che centinaia di spiriti maligni mi punzecchiassero con delle lance, ripetendo a ogni colpo queste parole tremende: “Avresti intenzione di uccidere una figlia degli dei?”»
«È strano», aggiunse, «pensare come abbiamo cominciato a odiare questa bambina, quando ha sempre fatto parte di un mondo diverso dal nostro. Quanto dobbiamo essere malvagi, se non riusciamo a vedere la sua bontà».
«Sì, e l’abbiamo sempre picchiata: migliaia di percosse riceveremo da Yama per le nostre offese agli dei».
Lu-san non attese oltre, ma si alzò e si vestì. Il suo cuore ardeva d’amore per tutto ciò che la circondava. Voleva dire ai suoi genitori che li perdonava, dire loro che li amava ancora malgrado tutte le loro cattiverie. Con sua sorpresa i vestiti cenciosi non si vedevano da nessuna parte. Al loro posto trovò a un lato del letto degli abiti splendidi. Le sete più morbide, splendenti di fiori talmente belli che immaginò fossero stati presi dal giardino degli dei, erano pronti per essere infilati sul suo piccolo corpo. Mentre si vestiva, si accorse con sorpresa che le sue dita avevano una bella forma e la sua pelle era liscia e morbida. Solo il giorno prima le sue mani erano rivide e screpolate per il duro lavoro e il freddo dell’inverno. Sempre più sbalordita, smise di infilarsi le scarpe. Al posto delle vecchie scarpe sudicie di ieri, le più graziose pantofoline di seta erano lì, pronte per i suoi piedini.
Infine salì la scala rudimentale e… tutto ciò che toccava sembrava mutare come per magia, come era accaduto per i suoi vestiti. I gradini stretti della scala erano diventati larghi scalini di legno lucidato, e sembrava che stesse salendo il lucido scalone di una fantastica pagoda. Quando raggiunse il ponte, tutto era cambiato. Il logoro telo rattoppato che era servito da vela per tanto tempo era diventato un bel drappo di canapa che s’increspava e fluttuava orgogliosamente alla brezza del fiume. Sotto di esso non c’era la lurida barca da pesca a cui Lu-san era abituata, ma una nave maestosa, più grande e splendida di quanto lei avesse mai sognato, una nave che aveva cominciato a esistere al tocco dei suoi piedi.
Dopo aver cercato i suoi familiari per qualche minuto, li trovò tremanti in un angolo con i volti che esprimevano un grande terrore. Erano vestiti di stracci come al solito e non erano mutati in nulla, tranne che le loro facce cattive sembravano essere diventate un foglio di carta fradicio. Lu-san si avvicinò a genitori e fratelli e fece un leggero inchino davanti a loro.
La madre tentava di parlare, le labbra si muovevano, ma non usciva alcun suono: era diventata muta per il terrore.
«Una dea, una dea!» mormorò il padre, inchinandosi tre volte e sbattendo la testa sul ponte. Così pure i fratelli nascondevano i volti tra le mani, come accecati da un’improvvisa esplosione di luce del sole.
Per un attimo Lu-san non fece né disse nulla. Poi, stendendo le mani, toccò le spalle del padre:
«Non mi riconosci, padre? Sono Lu-san, la tua piccola figlia».
L’uomo la guardò meravigliato. Tutto il suo corpo si scosse, le labbra tremarono, il duro volto brutale aveva una strana luce. All’improvviso s’inchinò profondamente e toccò il suolo ai piedi della figlia. La madre e i fratelli seguirono il suo esempio. Poi la fissarono come se aspettassero i suoi ordini.
«Parla, padre», disse Lu-san. «Dimmi che mi ami, di’ che non volevi uccidere tua figlia».
«Figlia degli dei, non mia», mormorò, poi tacque come se avesse paura di continuare.
«Che hai padre? Non aver paura. Dimmi prima di tutto se ti sei dimenticato di me».
La ragazzina mise la mano sinistra sulla fronte del padre e tese la destra sul capo degli altri:
«Poiché la Dea della Misericordia mi ha concesso il suo favore, io, in nome suo, vi concedo l’amore del cielo. Vivete in pace, genitori miei. Fratelli, non pronunciate parole di odio. Miei cari, la felicità sia con voi per sempre. Se l’amore sarà l’unica guida della vostra vita, questa nave è vostra con tutto quello che contiene».
Così dicendo Lu-san trasformò i suoi familiari. La miserevole famiglia che aveva vissuto in povertà poté ora godere di pace e felicità. Intanto però non sapevano come fare a vivere secondo quanto Lu-san aveva loro imposto. Il carattere del padre a volte ricompariva e la madre parlava in modo malevolo, tuttavia man mano che la saggezza e il coraggio crescevano in loro, ben presto cominciarono a capire che solo l’amore doveva guidarli.
Per tutto questo tempo la grande nave si muoveva su e giù per il fiume. Il suo equipaggio obbediva anche ai minimi comandi di Lu-san. Quando le reti erano stracolme, rientravano in porto con un carico enorme di pesce di prima qualità. Questo pesce era venduto nei mercati della città, e ben presto la gente cominciò a dire che Lu-san era la persona più ricca di tutto il paese.
Un bel giorno, durante la Seconda Luna, la famiglia aveva appena fatto ritorno dal tempio. Era il giorno natale di Kwan-yin e, guidati da Lu-san, erano stati lieti di rendere onore alla dea. Erano appena risaliti sul ponte della nave, quando il padre di Lu-san, che aveva guardato a ovest, chiamò improvvisamente la famiglia vicino a lui.
«Guardate!» esclamò. «Che razza di uccello è quello lassù nel cielo?»
Quando guardarono, videro che quello strano oggetto si stava avvicinando sempre più e direttamente verso la nave. Tutti erano eccitati, tranne Lu-san. Lei era tranquilla, come se stesse aspettando qualcosa che aveva atteso a lungo.
«È un volo di colombe», esclamò il padre stupito, «e sembra che stiano disegnando qualcosa nell’aria».
Infine gli uccelli volarono proprio sulla nave, gli osservatori stupiti videro che sotto le loro ali c’era un trono meraviglioso, tutto bianco e oro, più abbagliante di quanto avesse mai sognato l’Imperatore in persona seduto sul Trono del Drago. Intorno a ciascuno di quei colli bianchi come la neve era legato un lungo festone di oro puro, e quei nastri di seta erano legati al trono in modo da farlo fluttuare dovunque i suoi corsieri dalle ali di luce scegliessero di volare.
Giù, sempre più giù, il trono vuoto scese sulla nave magica e, quando fu sceso, una cascata di gigli di un bianco purissimo cadde ai piedi di Lu-san, fino a quando lei, la regina di tutti i fiori, ne fu quasi sepolta. Le colombe fluttuarono per un attimo sul suo capo, poi dolcemente abbassarono il trono, fino a quando fu proprio di fronte a lei.
Con un cenno di addio al padre e alla madre, Lu-san salì sul magico mezzo di trasporto. Non appena gli uccelli cominciarono a salire, una voce dalle nuvole disse con un tono di musica dolce:
«Così Kwan-yin, Madre di Misericordia, ricompensa Lu-san, figlia del cuore. I fiori sbocciano dalla polvere, la divinità spunta dalla sporcizia. Lu-san! Quella lacrima che hai fatto sgorgare dall’occhio di Kwan-yin e cadere sul suolo arido fecondandolo ha toccato il cuore di coloro che non ti amavano. Non più figlia della terra, ascendi al Cielo dell’Ovest, dove prenderai il tuo posto tra le creature divine, dove sarai una stella nel regno azzurro dei cieli».
Non appena le colombe di Lu-san scomparvero nei cieli lontani, una luce rosata circondò il suo carro volante. A coloro che guardavano meravigliati sembrava che le porte dei cieli si stessero aprendo per riceverla. Infine scomparve dalla loro vista, e improvvisamente l’oscurità piombò sulla terra, e gli occhi di tutti quelli che guardavano si riempirono di lacrime.

FINE


NOTE

Racconto originale in:
http://zeluna.net/chinese-fairytales-lusandaughterofheaven.html

illustrazione: disegno originale di Hayuki

Ultimo aggiornamento:  Giugno 2016

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