leggende orientali – LA PRINCIPESSA KWAN-YIN

Leggenda popolare cinese

Tradotta da Dario55

La principessa Kwan-Yin

C’era una volta in Cina un re che aveva tre figlie. La più bella e brava di loro era Kwan-yin, la minore. Il vecchio re era giustamente orgoglioso di questa figlia, perché fra tutte le donne che avevano vissuto nel palazzo era di gran lunga la più attraente. Non gli ci volle molto quindi per decidere che doveva essere lei l’erede al trono e il marito il suo successore sul trono. Ma, strano a dirsi, Kwan-yin non era contenta di questa fortuna che le era toccata. Le importava poco del fasto e dello splendore della vita di corte. Prevedeva che non le sarebbe assolutamente piaciuto governare come regina, anzi temeva di potersi sentire fuori posto e infelice in una posizione così alta.
Ogni giorno si ritirava nella sua stanza per leggere e studiare. Come risultato di questo impegno quotidiano superò ben presto le sorelle sul cammino della conoscenza, e il suo nome era conosciuto fin nei più remoti angoli del regno come “Kwan-yin, la principessa saggia”. Oltre a essere molto appassionata di libri, Kwan-yin era premurosa con gli amici. Era attenta al suo comportamento sia in pubblico che in privato. Il suo cuore caldo era sempre aperto al grido di chi si trovava in difficoltà. Era gentile con i poveri e i sofferenti. Si era conquistata l’amore delle classi più basse e per loro era una sorta di dea a cui poter fare appello ogni volta che erano affamati e bisognosi. Qualcuno credeva addirittura che fosse una fata venuta sulla terra dalla sua casa nel Cielo Occidentale, mentre altri dicevano che una volta, molti anni prima, aveva vissuto nel mondo come principe invece che principessa. Comunque sia, una cosa è certa: Kwan-yin era pura e buona, e ben meritava le lodi che le erano rivolte.
Un giorno il re chiamò questa figlia prediletta presso il capezzale reale, perché sentiva che l’ora della morte si stava avvicinando. Kwan-yin s’inchinò di fronte al padre, inginocchiandosi e toccando il pavimento con la fronte in segno di profonda riverenza. Il vecchio la esortò ad alzarsi e avvicinarsi. Prendendole teneramente la mano nella sua, le disse:
«Figlia, sai bene quanto ti amo. La tua modestia e virtù, il tuo talento e il tuo amore per la conoscenza, hanno conquistato il primo posto nel mio cuore. Come già sai, ti ho scelta come erede del mio regno molto tempo fa. Ho promesso che tuo marito sarebbe stato nominato re al mio posto. Il tempo è quasi maturo per me per salire sul drago e diventare un ospite nel cielo. È necessario che tu sia subito data in sposa».
«Ma, onorabilissimo padre», disse esitante la principessa, «non sono pronta per sposarmi».
«Non sei pronta, figlia mia! Non hai forse diciotto anni? Le ragazze del nostro paese non si sposano forse dopo essere arrivate a questa età? Per il tuo desiderio d’imparare finora ti ho evitato si dover pensare a un marito, ma ora non si può più aspettare».
«Mio regale padre, ascolta tua figlia e non costringerla a rinunciare ai suoi piaceri più cari. Lascia che si ritiri in un tranquillo monastero, dove potrà trascorrere una vita negli studi».
Il re sospirò profondamente all’udire queste parole. Amava sua figlia e non voleva ferirla.
«Kwan-yin», disse, «vuoi lasciar passare la verde primavera della gioventù, vuoi rinunciare a questo potente regno? Vuoi oltrepassare le porte di un monastero, dove le donne dicono addio alla vita e a tutti i suoi piaceri? No! Tuo padre non lo permetterà. Mi rattrista profondamente deluderti, ma tra un mese a partire da oggi sarai sposata. Come tuo reale compagno ho scelto un uomo con grandi e nobili pregi. Tu conosci già il suo nome, anche se non lo hai mai veduto. Ricorda che tra le cento virtù la più grande è la condotta filiale e che devi più a me che a chiunque altro sulla terra».
Kwan-yin impallidì. Tremando, sarebbe piombata a terra svenuta, ma la madre e le sorelle la sostennero e con tenere attenzioni la riportarono alla coscienza.
Ogni giorno del mese successivo i parenti di Kwan-yin la pregarono di rinunciare a quella che definivano la sua stolta idea. Le sorelle avevano da tempo rinunciato alla speranza di diventare regine. Erano meravigliate per la sua stupidità. Il pensiero stesso di scegliere un monastero al posto del trono era per loro un segno certo di follia. Più e più volte le chiesero il motivo per fare una scelta così strana. A ogni domanda lei scuoteva la testa e rispondeva: «Una voce dal cielo mi parla, e io devo obbedire».
Alla vigilia del giorno delle nozze Kwan-yin sgattaiolò fuori dal palazzo e, dopo un faticoso viaggio, arrivò a un monastero chiamato “Il Chiostro del Passero Bianco”. Era vestita come una povera fanciulla. Disse di voler diventare monaca. La badessa, non sapendo chi fosse, la ricevette con poca gentilezza. Disse a Kwan-yin che non potevano accoglierla nella sorellanza, che l’edificio era pieno. Infine, dopo che Kwan-yin ebbe versato molte lacrime, la badessa le permise entrare, ma solo come una specie di serva, che poteva essere cacciata per la minima colpa.
Ora che Kwan-yin si trovava a vivere la vita che aveva sognato a lungo di condurre, cercava di esserne soddisfatta. Ma le monache sembravano voler rendere il suo soggiorno tra loro quanto di più miserabile. Le assegnavano i compiti più duri, ed era raro che avesse un minuto di riposo. Durante tutto il giorno era occupata a portare acqua da un pozzo ai piedi della collina del monastero o a raccogliere legna da una foresta vicina. Di notte, quando sembrava quasi che la schiena stesse per rompersi, le erano imposti molti compiti extra, abbastanza per schiacciare lo spirito di qualsiasi altra donna che non fosse quella coraggiosa figlia di re. Dimenticando il suo dolore e cercando di nascondere le rughe di sofferenza che a volte le solcavano la fronte fiera, cercava di fare in modo che queste donne dal cuore di pietra la amassero. In risposta alle loro dure parole, parlava loro con gentilezza, senza mai cedere il passo all’ira.
Un giorno, mentre la povera Kwan-yin stava raccogliendo fascine nella foresta, udì una tigre che si faceva strada attraverso i cespugli. Non avendo alcun mezzo di difesa, sussurrò una preghiera silenziosa agli dei perché la aiutassero e attese con calma l’arrivo del grande animale. Con sua sorpresa, quando comparve l’animale assetato di sangue, invece di afferrarka per farla a pezzi, cominciò a produrre un soffice fruscio di fusa. Non cercò di far del male a Kwan-yin, ma si strofinò contro di lei in modo amichevole e lasciò che lei le accarezzasse il capo.
Il giorno dopo la principessa tornò nello stesso luogo. Qui trovò non meno di una dozzina di animali selvatici che lavoravano sotto il comando dell’amichevole tigre, raccogliendo legna per lei. In poco tempo furono accumulate tanta legna da ardere e fascine da bastare al monastero per sei mesi. Così, anche gli animali selvatici della foresta erano stati in grado di giudicare meglio della sua bontà rispetto alle donne della sorellanza.

– Durante tutto il giorno era occupata a portare acqua da un pozzo ai piedi della collina del monastero. –

Un’altra volta, mentre Kwan-yin stava arrancando su per la collina per la ventesima volta, portando due grandi secchi d’acqua su un palo, un enorme drago la affrontò sulla strada. Ora, in Cina il drago è sacro, e Kwan-yin non fu affatto spaventata, poiché sapeva che non le avrebbe fatto niente di male.
L’animale la guardò per un attimo, agitò la terribile coda e sputò il fuoco dalle narici. Poi, oltrepassando il carico sulla spalla della fanciulla spaventata, scomparve. Piena di paura, Kwan-yin si precipitò sulla collina fino al monastero. Quando si avvicinò alla corte interna, rimase stupefatta nel vedere al centro dello spazio aperto un nuovo edificio in pietra massiccia. Era spuntato per magia dopo suo ultimo viaggio giù dalla collina. Avanzando, vide che c’erano quattro porte ad arco per entrare nella casa magica. Sopra la porta rivolta a ovest si trovava una tavoletta su cui si leggevano queste parole: “In onore di Kwan-yin, la fedele principessa”. All’interno c’era un pozzo d’acqua purissima, mentre, per attingere a quest’acqua, c’era una strana macchina; né Kwan-yin né le monache ne avevano mai vista una uguale.
Le sorelle sapevano che questo pozzo magico era un monumento alla bontà di Kwan-yin. Per qualche giorno la trattarono molto meglio.
«Dal momento che gli dei hanno scavato un pozzo alla nostra porta», dissero, «questa ragazza non avrà più bisogno di portare l’acqua dai piedi della collina. Ma per quale strana ragione gli dei hanno inciso sulla pietra il nome di questa pezzente?»
Kwan-yin ascoltò in silenzio le loro osservazioni cattive. Avrebbe potuto spiegare il significato del dono del drago, ma preferì lasciare che le sue compagne restassero nell’ignoranza. Finalmente le suore egoiste cominciarono a diventare di nuovo noncuranti e la trattarono ancora peggio di prima. Non potevano sopportare di vedere quella ragazza povera godere di un momento di riposo.
«Questo è un luogo di lavoro», le dissero. «Tutti noi abbiamo lavorato duramente per guadagnare la nostra attuale condizione. Tu devi fare altrettanto».
Così le sottrassero ogni opportunità di studio e di preghiera e non le diedero alcun merito per il pozzo magico.
Una notte le monache furono svegliate dal sonno da strani rumori e ben presto udirono fuori dalle mura del monastero lo squillo di una tromba. Un grande esercito era stato inviato dal padre di Kwan-yin per attaccare il monastero, perché le sue spie erano state finalmente in grado di rintracciare la principessa in fuga in questo ritiro sacro.
«Oh, chi ha portato questa sventura su di noi?» esclamarono tutte le donne, guardandosi l’un l’altra con grande paura. «Chi ha fatto questo grande male? C’è una tra noi che ha commesso terribili peccati, per cui ora gli dei stanno per distruggerci».
Si guardarono l’un l’altra, ma nessuna pensava a Kwan-yin, perché non la credevano abbastanza importante da attirare l’ira del cielo, anche se avesse compiuto gli atti più raccapriccianti. Inoltre lei era stata così mite e umile mentre si trovava nel loro sacro ordine che non si sarebbero neppure sognate di accusarla di quanche crimine.
I suoni minacciosi all’esterno si facevano sempre più forti. Tra le donne si levò all’unisono un grido di paura:
«Stanno per bruciare la nostra sacra dimora».
Si alzava fumo appena oltre le mura, dove i soldati stavano appiccando un grande incendio, il cui calore sarebbe stato presto sufficiente a frantumare le pareti del convento fino a ridurle in polvere.
Improvvisamente si udì una voce sopra il tumulto delle monache piangenti:
«Ahimè! Sono io la causa di tutti questi guai».
Le suore, voltandosi stupite, videro che era Kwan-yin a parlare.
«Tu?» esclamarono sbalordite.
«Sì, io, perché io sono la figlia di un re. Mio padre non voleva che io prendessi i voti di questo sacro ordine. Sono fuggita dal palazzo, e lui ha inviato qui il suo esercito per bruciare questi edifici e trascinarmi indietro prigioniera».
«Guarda cosa hai portato su di noi, miserabile ragazza!» esclamò la badessa. «Guarda come hai ricambiato la nostra gentilezza! I nostri edifici saranno bruciati sopra le nostre teste! Guarda quanto ci hai fatto diventare miserabili! Possano le maledizioni del cielo piombare su di te!»
«No, no!» esclamò Kwan-yin, balzando su e cercando di impedire alla badessa di pronunciare queste parole spaventose. «Non avete alcun diritto di dire questo, perché io non ho colpa per questo male. Ma, aspettate! Presto vedrete a quali preghiere risponderanno gli dei, alle vostre o alle mie!»
Così dicendo s’inginocchiò con la fronte a terra pregando le potenze onnipotenti di salvare il convento e le monache.
All’esterno si poteva già udire il crepitio delle fiamme bramose. Il re del fuoco avrebbe presto distrutto ogni edificio sulla cima di quella collina. Folli di terrore, le sorelle si prepararono a lasciare gli edifici e ad abbandonare tutti i loro averi per le fiamme crudeli e agli ancora più crudeli soldati. Kwan-yin rimase da sola nella stanza, supplicando ardentemente aiuto.
Improvvisamente dalla vicina foresta si levò una brezza leggera, nuvole scure si accumularono in cielo e, sebbene fosse la stagione secca, una pioggia scrosciante scese sulle fiamme. Nel giro di cinque minuti il fuoco fu spento e il monastero salvato. Proprio mentre le suore tremanti stavano ringraziando Kwan-yin per l’aiuto divino che aveva portato loro, entrarono due soldati che avevano scalato il muro esterno e chiesero con durezza della principessa.
La ragazza tremante, sapendo che quegli uomini stavano obbedendo agli ordini del padre, rivolse una preghiera agli dei e si fece subito riconoscere. I due la trascinarono via dalle suore che avevano appena iniziato ad amarla. Così fu portata con disonore davanti all’esercito del padre e condotta nella capitale.
Il giorno stesso fu portata davanti al vecchio re. Il padre guardò con tristezza la figlia, poi lo sguardo duro di un giudice indurì il suo volto mentre invitava le guardie a portarla avanti.
Da una stanza vicina arrivavano i suoni di musica dolce. Era in corso una festa tra grande splendore. Le forti risate degli ospiti raggiunsero le orecchie della giovane che si chinò con vergogna davanti al trono del padre. Sapeva che quella festa era stata preparata per lei, e che suo padre era disposto a darle un’altra opportunità.
«Ragazza», disse il re, ritrovando infine la voce, «abbandonando il palazzo reale alla vigilia del giorno del tuo matrimonio, non solo hai insultato tuo padre, ma anche il tuo re. Per questa azione meriti di morire. Tuttavia, in considerazione dell’ottimo ricordo che hai lasciato dietro di te prima di fuggire, ho deciso di concederti un’altra possibilità per riscattarci. Rifiuta, e la pena sarà la morte. Obbedisci, e tutto potrà ancora andare bene: il regno che hai rifiutato è ancora tuo, se lo chiedi. Tutto ciò che domando è il tuo matrimonio con l’uomo che ho scelto».
«E quando, augusto re, desideri che io prenda la mia decisione?» chiese seria Kwan-yin.
«Questo stesso giorno, in questa stessa ora, in questo stesso momento», rispose severamente il re. «Come! Esiteresti tra l’amore su un trono e la morte? Parla, figlia mia, dimmi che mi ami e avrai quanto ti offro!»
Ora, tutto ciò che Kwan-yin poteva fare era gettarsi ai piedi del padre e cedere ai suoi desideri, non perché le offriva un regno, ma perché lo amava e sarebbe stata contenda di renderlo felice. Ma la sua forte volontà la convinse a non cedere. Nessun potere sulla terra avrebbe potuto trattenerla dal fare quello che pensava fosse il suo dovere.
«Amato padre», rispose tristemente, e la sua voce era piena di tenerezza, «non si tratta del mio amore per voi: questo è fuor di dubbio, poiché per tutta la mia vita l’ho dimostrato in ogni azione. Credetemi, se fossi libera di accettare la vostra offerta, volentieri vi renderei felice, ma una voce degli dei ha parlato, ha ordinato che io rimango vergine, che dedichi la mia vita alle opere di misericordia. Quando il cielo stesso ha ordinato, cosa può fare anche una principessa se non ascoltare quel potere che governa la terra?»
Il vecchio re era lungi dall’essere soddisfatto della risposta di Kwan-yin. Divenne furioso, la sua sottile pelle rugosa diventò purpurea mentre il sangue caldo gli saliva alla testa.
«Allora rifiuti di accettare la mia offerta! Uomini, prendetela! Datele la morte che spetta a un traditore del re!»
Mentre trascinavano Kwan-yin lontano dal suo cospetto, il re dai capelli bianchi cadde dal trono.
Quella notte, dopo che Kwan-yin fu messa a morte, scese nel mondo infero della sofferenza. Non appena ebbe messo piede in quella oscura terra dei morti, la vasta landa delle pene infinite fiorì improvvisamente e divenne come i giardini del Paradiso. Puri gigli bianchi spuntarono per ogni dove, e i profumo di un milione di fiori riempì tutte le stanze e i corridoi. Il re Yama, sovrano di quel regno, si precipitò per conoscere la causa di questo miracoloso cambiamento. Non appena i suoi occhi si posarono sul giovane e stupendo volto di Kwan-yin, vide in lei il simbolo di una purezza che non meritava altra residenza che il cielo.
«Bella vergine, che agisce con misericordia», esordì rivolgendosi a lei con il suo appellativo, «vi prego in nome della giustizia di allontanarvi da questo regno di sangue. Non è giusto che il più bel fiore del cielo entri in queste sale e ne riversi la sua fragranza. Qui il colpevole deve soffrire, e il peccato trovare la sua punizione. Allontanatevi, dunque, dal mio regno. Il frutto della vita immortale sarà donato a voi, e solo il cielo sarà la vostra dimora».
E così Kwan-yin divenne la Dea della Misericordia; così entrò in quella felice dimora, più in alto di tutti i re e le regine della terra. E da allora, per la sua immensa bontà, ogni anno migliaia di poveri la pregano per supplicare la sua misericordia. Non c’è timore nel loro sguardo mentre ammirano la sua bella immagine, perché i loro occhi sono pieni di lacrime d’amore.


Testo originale in:
http://zeluna.net/chinese-fairytales-theprincesskwanyin.html

Immagini in:
http://storyberries.com/princess-kwan-yin/

Ultimo aggiornamento: Maggio 2018

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