Leggende Orientali – UNA STORIA DEL MONTE KANZANREI

Leggenda dal Giappone

Tradotta da Dario55

UNA STORIA DEL MONTE KANZANREI

All’estrema costa nordorientale della Corea sorge un’alta montagna di nome Kanzanrei, e non lontano dai suoi piedi, dove si estende il distretto di Kaniko Fu, si trova il villaggio di Teiheigun, che commercia in piccoli prodotti naturali quali funghi, legname, pellicce, pesce e piccoli oggetti d’oro.
In questo villaggio viveva una graziosa ragazza di nome Choyo, un’orfana provvista di un po’ di mezzi propri. Il padre, Choka, era stato l’unico mercante del distretto e aveva fatto abbastanza fortuna per quelle parti, fortuna che aveva lasciato a Choyo quando aveva circa sedici anni.
Ai piedi del monte Kanzanrei viveva un taglialegna dalle abitudini semplici e frugali. Abitava solo in una capanna mezzo in rovina, frequentata soltanto da coloro a cui vendeva la legna, ed era considerato un uomo cupo e asociale. Lo chiamavano il “Recluso”, e molti si chiedevano chi fosse e perché se ne stava così sulle sue, dal momento che non aveva ancora trent’anni ed era di bell’aspetto e di costituzione robusta. Si chiamava Sawada Shigeoki, ma la gente non lo sapeva.
Una sera, mentre il Recluso stava tornando a casa lungo il sentiero accidentato della montagna portando sulle spalle un grosso carico di legna da ardere, si era fermato a riposare in una gola particolarmente selvaggia e rocciosa, ombreggiata da giganteschi pini che svettavano da ogni lato, quando fu spaventato da un suono frusciante subito sotto di lui. Si guardò intorno nervosamente, perché il posto in cui si trovava godeva fama di essere frequentato dalle tigri, e a ragione, dato che molta gente negli ultimi tempi era stata uccisa da loro. Ma in quella occasione il suono che aveva spaventato il Recluso non era provocato da una tigre, ma semplicemente da un fagiano che era volato via dal nido e aveva cominciato a fingere di essere ferito per distogliere dal nido l’attenzione dell’intruso. Tuttavia era strano, pensò il Recluso, che l’uccello si fosse comportato in quel modo, dal momento che non l’aveva né visto né sentito, e quindi si mise ad ascoltare per scoprire la causa di quel comportamento. Non dovette attendere che pochi minuti. Quasi subito il Recluso udì il suono di voci e di qualcosa di trascinato e, tenendosi nascosto dietro il tronco di un grande albero, attese con l’ascia in mano.
Poco dopo vide una ragazza di una bellezza straordinaria trasportata, spinta e trascinata lungo il sentiero. Era in potere di tre orribili uomini che il Recluso riconobbe subito essere banditi.

Il taglialegna salva Choyo dai banditi

Mentre si stavano avvicinando, il Recluso mantenne la sua posizione, nascosto dietro il grande pino, afferrando più saldamente l’ascia e, quando i quattro furono vicino a lui, saltò fuori e bloccò loro la strada.
«Chi siete e che state facendo con questa ragazza? Andatevene, o ve ne pentirete!»
Essendo tre contro uno i banditi non furono spaventati e gridarono a loro volta:
«Allontanati dalla nostra strada, stupido, e lasciaci passare, se ci tieni alla vita!»
Ma il taglialegna non fu affatto spaventato. Sollevò l’ascia, e i banditi sguainarono le spade. Il taglialegna era troppo per loro. In un attimo ne uccise uno e ne stava spingendo un altro verso il precipizio, mentre il terzo girò sui tacchi senza pensare ad altro che a scappare finché era ancora vivo.
Poi il Recluso si chinò per occuparsi della ragazza, che aveva perso i sensi. Andò a prendere dell’acqua e gliela spruzzò in faccia facendole riprendere i sensi, e appena lei fu in grado di parlare le chiese chi era, se era ferita e come fosse finita tra le grinfie di simili furfanti.
Tra lacrime e singhiozzi la ragazza rispose:
«Mi chiamo Choyo Choka. Abito al villaggio di Teiheigun. Oggi è l’anniversario della morte di mio padre, e mi sono recata a pregare sulla sua tomba ai piedi del monte Gando. Dato che è una bella giornata, ho deciso di fare un lungo giro e di tornare per questa strada. Circa un’ora fa sono stata rapita da quei banditi, e il resto lo sai. Oh, mio signore, ti sono grata per il coraggio che hai dimostrato nel salvarmi. Ti prego, dimmi il tuo nome».
Il taglialegna rispose:
«Dunque tu sei la celebre bellezza del villaggio di Teiheigun di cui ho tanto sentito parlare! È un vero onore per me essere stato capace di aiutarti. Quanto a me, sono un taglialegna. Mi chiamano il “Recluso”, e vivo si piedi di questa montagna. Se verrai con me, ti porterò alla mia capanna dove potrai riposare, poi ti riaccompagnerò a casa sana e salva».
Choyo fu estremamente grata al taglialegna, che si rimise in spalla il mucchio di legna e, prendendola per mano, la guidò lungo il sentiero scosceso e pericoloso. Giunti alla capanna si riposarono e lui le fece il tè, poi la accompagnò alla periferia del villaggio dove, inchinandosi in un modo molto più raffinato confronto a quello di uno zotico qualunque, la lasciò.
Quella notte Choyo non riuscì a pensare ad altro che al coraggioso e bel taglialegna che le aveva salvato la vita; e lo pensò così tanto che prima dello spuntare del giorno si era innamorata di lui di un amore appassionato e profondo.
Il giorno trascorse e venne la sera. Choyo aveva raccontato a tutti gli amici il modo in cui era stata salvata e da chi. Più ne parlava, più pensava al taglialegna, finché alla fine decise che doveva andarlo a trovare, perché sapeva che lui non sarebbe venuto a trovare lei. “Ho la scusa di andare a ringraziarlo”, pensò, “e inoltre gli porterò in dono pesce e altre prelibatezze”.
E così il mattino dopo all’alba si avviò portando il suo dono in un cestino. Per sua fortuna trovò il Recluso ancora a casa che affilava le asce, perché si era preso una giornata di riposo.
«Signore, sono venuta a ringraziarti di nuovo per avermi salvato con tanto coraggio l’altro giorno e ti ho portato un piccolo dono che spero, anche se è indegno, ti degnerai di accettare», disse Choyo ormai malata d’amore.
«Non c’è motivo di ringraziarmi per aver fatto semplicemente quello che è un normale dovere», disse il Recluso, «ma è talmente bello essere ringraziato da due labbra graziose come le tue, che lo considero un grande onore. Il dono però non lo posso accettare, perché così ti sarei debitore, e questo non è bene per un uomo».
Choyo si sentì lusingata e respinta al tempo stesso da queste parole, e tentò nuovamente di convincere il Recluso ad accettare il suo dono, ma nonostante tutti i suoi tentativi di avviare un’amichevole conversazione e di scherzare, lui non ne volle sapere, e così Choyo se ne andò dicendo:
«Oggi hai vinto tu, ma ritornerò e in breve vincerò io e ti costringerò ad accettare un dono da me».
«Torna quando vuoi», rispose il Recluso. «Sarò sempre felice di vederti, perché sei un raggio di luce nella mia triste vita, ma non riuscirai mai a farmi sentire in debito convincendomi ad accettare un dono».
Era una strana risposta, pensò Choyo mentre se ne andava, ma “Com’è bello! e quanto lo amo! Tornerò sicuramente a fargli visita, spesso, e la vedremo chi vincerà alla fine!”
Così prometteva a se stessa quella bella ragazza che era Choyo. Sentiva che alla fine l’avrebbe conquistato.
Nei due mesi successivi fece spesso visita al Recluso, e in quelle occasioni si sedevano e chiacchieravano. Lui le donava fiori selvatici di grande rarità e bellezza raccolti sulle più alte montagne, e bacche da mangiare, ma neppure una volta le dichiarò il suo amore o accettò il più piccolo dono da lei. Tutto questo non dissuase Choyo dal ricercare il suo amore. Era decisa a vincere e sentiva che in qualche modo quello strano uomo la amava come lei amava lui, ma per qualche ragione non glie lo avrebbe detto.
Un giorno, il terzo mese dopo il suo salvataggio, Choyo tornò a trovare il Recluso. Non era in casa, per cui si sedette ad aspettarlo guardandosi attorno nella misera capanna e pensando che era un vero peccato che un uomo tanto nobile vivesse in quelle condizioni, mentre lei, che era benestante, non aveva altro desiderio che di sposarlo, e inoltre si rendeva perfettamente conto della propria bellezza. Mentre era immersa in questi pensieri, il taglialegna tornò a casa, non vestito con i soliti stracci, ma nello splendido abito di un samurai giapponese, e lei ne fu tanto sbalordita che balzò in piedi per salutarlo.
«Ah, bella Choyo, sei stupita nel vedermi quale realmente sono, e mi dispiace doverti dire quello che devo fare, perché so bene cos’hai nella mente e nel cuore. Oggi dobbiamo separarci per sempre, perché me ne sto andando».
Choyo si buttò sul pavimento piangendo amaramente, poi alzandosi disse tra i singhiozzi:
«Oh no, non è possibile! Non devi lasciarmi, portami con te. Finora non ho detto niente, perché non sta bene per una ragazza dichiarare il suo amore, ma ti ho sempre amato dal giorno in cui mi hai salvato dai banditi. Portami con te, non importa dove: ti seguirò anche nell’antro dove vivono i demoni dell’inferno, se vuoi, ma portami con te! Devi farlo, non potrò mai essere felice senza di te».
«Ahimè!» esclamò il Recluso. «Non è possibile! Non è possibile, perché io sono giapponese, non coreano. Anche se ti amo quanto tu ami me, non possiamo essere uniti. Il mio nome è Sawada Shigeoki. Sono un samurai di Kurume. Dieci anni fa ho commesso un reato politico e sono dovuto fuggire dal mio paese. Sono venuto in Corea travestito da taglialegna e non ho mai avuto un giorno felice fino a quando non ti ho incontrata. Ora il nostro governo è cambiato e sono libero di tornare in patria. Ho raccontato questa storia a te e a te sola. Perdonami se ti lascio così senza senza pietà. Lo faccio con le lacrime agli occhi e la morte nel cuore. Addio!»
Così dicendo il samurai si allontanò velocemente dalla capanna, senza più rivolgere lo sguardo verso la povera Choyo.
Choyo continuò a piangere finché si fece buio ed era troppo tardi per tornare a casa senza pericolo: e così trascorse la notte in lacrime lì dove si trovava. La mattina dopo fu trovata dai servitori delirante per la febbre. Fu portata a casa e per tre mesi fu gravemente ammalata. Quando guarì donò la maggior parte del suo denaro ai templi e in opere di carità, vendette la casa trattenendo per sé solo il denaro sufficiente per comprarsi un po’ di riso e trascorse il resto della sua vita da sola nella piccola capanna ai piedi del monte Kanzanrei, dove fu trovata morta all’età di ventun anni.

FINE

Testo originale e immagini in: http://www.sacred-texts.com/shi/atfj/atfj37.htm

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