COMMENTO

Ritroviamo qui tutti i temi e gli ambienti tipici di Riyoko Ikeda: alto tasso di sentimentalismo, ambiguità sessuale, atmosfera tragica, ambientazione occidentale… Ma Ikeda è una mangaka di consumata abilità: se a prima vista può sembrare che i suoi fumetti siano ripetitivi, in realtà si può anche notare, ad una più attenta analisi, che i temi ricorrenti vengono ampiamente variati.

- Claudine -
In questo caso, ad essere portato in primo piano è l’ambiguità sessuale: in nessuna altro manga di questa autrice, che pure ha sempre maliziosamente giocato con l’androginia di Oscar, Rei o Julius, tenendo l’omosessualità come sottotesto più ludico che ammiccante, la protagonista è concretamente lesbica, pur attirando sempre schiere e schiere di ragazzine.
La passione per il travestitismo semi-assessuato sembra permeare del resto una fetta sostanziale della cultura popolare giapponese al punto da essere diventato quasi un luogo di perenne dibattito sociale e antropologico, che certi considerano ormai come parte integrante di un’indefinibile ‘giapponesità’”, affermava tempo fa un articolo apparso sulla Domenica de Il Sole-24 ore dedicato alla rivista annuale del Takarazuka, compagnia teatrale di sole donne fondata nel 1914 (ribaltamento del teatro tradizionale, sia giapponese che occidentale, basti pensare alla tradizione greco-romana o elisabettiana, in cui tutti i ruoli erano interpretati da uomini). Più oltre, dopo aver citato anche Lady Oscar, la giornalista prosegue: “Sono tutti fenomeni che parlano di una sessualità confusa, forse travagliata, forse, chissà, persino malsana: ma per la maggior parte delle spettatrici che accorrono ogni giorno a Takarazuka (e, aggiungerei, delle lettrici che acquistano shoujo-manga, N.d.A) si tratta invece di un bel gioco, inattaccabile dalla realtà e da tutti i suoi limiti, nel quale perdersi a piacimento, sapendo che, per l’appunto, è solo un gioco.
L’ambiguità sessuale è dunque uno dei temi più apprezzati nella cultura popolare giapponese e Riyoko Ikeda non fa eccezione utilizzandolo nei suoi fumetti. Raramente, però, l’ambiguità si trasforma in vera e propria omosessualità nel contesto dello shojo-manga. Shojo-ai e yuri (generi che solo nominalmente sono separati, in realtà non esiste nessuna netta demarcazione tra l’uno e l’altro) sono destinati ad un pubblico maschile, così come shonen-ai e yaoi sono letti di preferenza dal pubblico femminile. Con Claudine abbiamo uno dei pochi casi di shojo-ai-manga, rivolto ad un pubblico prettamente femminile (e quindi non finalizzato al puro “divertimento” maschile”), che non ponga l’amore saffico come fase di un temporaneo sviluppo, destinato ad evolversi in una canonica eterosessualità (ricordate la spiegazione che, in Le situazioni di Lui&Lei, i genitori di Yukino danno alla piccola Kano, a cui è stato fatto credere di essere oggetto delle attenzioni di una compagna di classe, in merito alla questione?), ma come una possibile opportunità di vita.
Non so se interpretare il finale tragico come l’ennesima conferma della predilezione ikediana per le storie lacrimevoli, o se possa essere letto in termini di censura di un comportamento che, se accettato come fase transitoria giovanile, non può essere più tollerato in individui adulti. Verrebbe dunque sancita la punizione di un vizio desiderato e vagheggiato dal pubblico, che può quindi godere di una immaginaria trasgressione, ma vede comunque confermate le convenzioni e le norme sociali, così come accade nei romanzi popolari ottocenteschi, in cui personaggi decisamente simpatici al pubblico, ma incrinatori della morale comune (la prostituta forzata, poi redenta, il furfante pentito, l’arrampicatore sociale ecc.) conquistano un riscatto sociale, ma sono poi condannati dall’autore ad una morte “riparatrice” (si pensi a Fantine de I miserabili o all’ambizioso Sorel de Il rosso e il nero). E’ una chiave di lettura plausibile, ma, ripeto, essendo consuetudine di Riyoko Ikeda terminare tutte le sue storie con la morte della protagonista, non può essere adeguatamente convalidata.

Nota: l’articolo citato nella recensione è Ragazze, che uomini, di Ilaria Maria Sala, Domenica de Il Sole-24 ore n°252, 12 settembre 2004. Quanto al romanzo popolare ottocentesco, interessanti considerazioni sono esposte in Il superuomo di massa di Umberto Eco (Bompiani 2001).