leggende orientali – IL PALAZZO DEL RAKSHAS

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Leggenda dall’India meridionale

Tradotta da Dario55

Il palazzo del Rakshas

C’era una volta un Rajah che era rimasto vedovo con due figlie piccole. Non molto tempo dopo la morte della prima moglie si risposò, e la seconda moglie non si prendeva cura delle figliastre e spesso non era gentile con loro; e il Rajah, il loro padre, non si preoccupava di prendersi cura di loro, ma permetteva alla moglie di trattarle come voleva. Questo rendeva le povere ragazze molto infelici, e un giorno una di loro disse all’altra:
«Non possiamo più rimanere qui, andiamocene nella giungla, perché qui a nessuno importa se andiamo o restiamo».
Così se ne andarono entrambe nella giungla e vissero per molti giorni nutrendosi di frutti selvatici. Infine, dopo aver vagato a lungo, arrivarono a un bel palazzo che apparteneva a un Rakshas, ma sia il Rakshas che la moglie erano fuori quando arrivarono. Allora una delle principesse disse all’altra:
«Questo bel palazzo, in mezzo alla giungla non può appartenere ad altri che a un Rakshas, ma il padrone evidentemente è uscito; entriamo e vediamo se riusciamo a trovare qualcosa da mangiare».
Così entrarono in casa del Rakshas, trovarono riso e lesso e li mangiarono. Poi spazzarono la stanza e misero in ordine tutti i mobili della casa. Ma avevano appena finito, quando il Rakshas e sua moglie tornarono a casa. Le due principesse furono così spaventate che corsero in cima alla casa e si nascosero sul tetto, da dove potevano guardare da un lato verso il cortile interno della casa e dall’altro vedere l’aperta campagna. Il tetto della casa era il luogo di riposo preferito dai Rakshas e da sua moglie. Qui si sedevano nelle calde sere d’estate, qui setacciavano il grano e stendevano i panni ad asciugare; e le due principesse trovarono un riparo sufficiente dietro alcuni covoni di grano che aspettavano di essere trebbiati. Quando il Rakshas entrò in casa, si guardò intorno e disse alla moglie:
«Qualcuno ha sistemato la casa; tutto è pulito e ordinato. Moglie, sei stata tu a farlo?»
«No», dise lei, «Non so chi può essere stato».
«Qualcuno ha anche spazzato il cortile», disse ancora il Rakshas. «Moglie, hai spazzato tu il cortile?»
«No», rispose lei, «non sono stata io. Non so chi è stato».
Allora il Rakshas camminò tutto intorno più volte con il naso all’insù, dicendo:
«Qui c’è qualcuno. Sento odore di carne e sangue! Dove possono essere?»
«Sciocchezze», esclamò la moglie. «certo che senti l’odore del sangue! Hai ucciso e mangiato centinaia di persone. Mi stupirei se non sentisti ancora l’odore della carne e del sangue!»
Continuarono a litigare così, fino a quando il Rakshas disse:
«Beh, non importa; non so come sia, ma ho molta sete; vieni a bere un po’ d’acqua».
Così il Rakshas e la moglie andarono a un pozzo vicino alla casa e cominciarono a immergervi dei barattoli, a prendere l’acqua e a berla. E le principesse, che erano in cima alla casa, li videro. Ora la più giovane delle due principesse era una ragazza molto saggia, e quando vide il Rakshas e la moglie vicino al pozzo, disse alla sorella:
«Ora farò una cosa che sarà un bene per entrambe», e correndo giù velocemente dall’alto della casa, si avvicinò alle spalle del Rakshas e della moglie mentre stavano piegati in punta di piedi sopra il bordo del pozzo e, afferrato uno dei tacchi dei Rakshas e uno della moglie, diede a ciascuno di loro una piccola spinta, ed entrambi caddero nel pozzo e affogarono, il Rakshas e la moglie del Rakshas! Allora la principessa tornò dalla sorella e disse:
«Ho ucciso i Rakshas».
«Come? Entrambi?» escalmò la sorella.
«Sì, tutti e due».
«Torneranno?» chiese la sorella.
«No, mai più».
Poiché i Rakshas erano stati uccisi, le due principesse presero possesso della casa e vissero molto felicemente in essa per lungo tempo. Vi trovarono cumuli e cumuli di ricchi vestiti e gioielli, e oro e argento, che i Rakshas avevano preso alle persone che avevano ucciso; e tutto intorno alla casa c’erano capanni per le greggi e stalle per le mandrie di bestiame che i Rakshas possedevano. Ogni mattina la principessa più giovane portava le greggi e le mandrie al pascolo e tornava a casa con loro ogni sera, mentre la maggiore restava a casa, cucinava la cena e teneva la casa; e la principessa più giovane, che era la più intelligente, prima di andar via diceva spesso alla sorella:
«Se vedi qualche straniero, uomo, donna o bambino, passare da casa, nasconditi, perché nessuno sappia che qui viviamo noi; e se qualcuno dovesse chiamare e chiedere un bicchiere d’acqua, o qualche povero mendicante implorasse per un po’ di cibo, prima di darglielo, assicurati di indossare abiti stracciati e di coprirti il viso di fuliggine, e di sembrare più brutta possibile, per evitare che, vedendo quanto sei bella, ti rapisca, e non ci incontriamo mai più».
«Molto bene», rispondeva l’altra principessa, «farò come mi consigli».
Ma trascorse molto tempo, e nessuno passò mai di lì. Finalmente un giorno, dopo che la principessa più giovane era uscita, un giovane principe, figlio di un vicino Rajah, che era stato a caccia con il suo seguito per molti giorni nella giungla, si avvicinò al luogo, perché lui e la sua gente erano stanchi di cacciare, e avevano cercato per tutta la giungla un ruscello senza riuscire a trovarlo. Quando il Principe vide il bel palazzo, rimase molto stupito e disse:
«È strano che qualcuno abbia costruito una casa come questa nel profondo della foresta. Entriamo, i proprietari ci daranno sicuramente un po’ d’acqua».
«No, no, non andate», gridarono gli uomini del seguito, «questa è molto probabilmente la casa di un Rakshas».
«Possiamo vedere», rispose il principe. «Non penso proprio che qui viva qualcosa di tanto terribile, perché non si ode un suono, né si vede una creatura vivente».
Allora cominciò a bussare alla porta, che era chiusa a chiave, e a chiamare:
«Chiunque sia il proprietario di questa casa può offrire a me e alla mia gente un po’ d’acqua da bere, in nome della carità e della gentilezza?»
Ma nessuno rispondeva, perché la principessa, che lo sentiva, era nella sua stanza, occupata ad annerirsi il viso di fuliggine e a coprire di stracci il suo ricco vestito. Allora il Principe diventò impaziente e scosse la porta con rabbia, dicendo:
«Fammi entrare, chiunque tu sia! Se non lo fai, forzerò la porta».
A queste parole la povera piccola principessa si spaventò terribilmente e, dopo aver annerito il viso e aver fatto la faccia più brutta possibile, corse al piano inferiore con una brocca d’acqua e, tolto il chiavistello dalla porta, diede al principe la brocca per bere, ma non parlò, perché aveva paura. Ora, il principe era un uomo molto intelligente e mentre sollevava la brocca fino alla bocca per bere l’acqua, pensava tra sé:
“È una creatura dall’aspetto molto strano questa che mi ha portato la brocca d’acqua. Sarebbe graziosa, ma il suo viso sembra aver bisogno di essere lavato, e anche il suo vestito è molto male in arnese. Cosa può essere quella roba nera che ha sul viso e sulle mani? Sembra molto innaturale».
E così pensando tra sé e sé, invece di bere l’acqua, la gettò in faccia alla principessa! La principessa scoppiò in lacrime, mentre l’acqua, gocciolando, le lavava via la fuliggine e rivelava i suoi lineamenti delicati e la sua bella carnagione chiara. Il Principe le afferrò la mano e disse:
«Dimmi la verità, chi sei? da dove vieni? Chi sono tuo padre e tua madre? e perché sei qui da solo nella giungla? Rispondimi, o ti taglio la testa».
E fece il gesto di voler sguainare la spada. La principessa era così terrorizzata che a malapena riusciva a parlare, ma raccontò come meglio poté di essere la figlia di un Rajah e di essere scappata nella giungla a causa della sua crudele matrigna e, trovata la casa, vi aveva vissuto da allora, e terminata la sua storia scoppiò di nuovo a piangere. Allora il principe le disse:
«Bella fanciulla, perdonami per la mia rudezza, e non temere. Ti porterò a casa con me, e diventerai mia moglie».
Ma più lui le parlava, più lei si spaventava, era così spaventata che non capiva quello che lui diceva, e non poteva fare altro che piangere. Ora lei non aveva detto nulla al principe di sua sorella, né gli aveva detto di averne una, perché pensava:
“Quest’uomo dice che mi ucciderà, se sente che ho una sorella, ucciderà anche lei”.
Così il principe, che era davvero un uomo di buon cuore e non avrebbe mai pensato di separare le due sorelline che erano state insieme così a lungo, non sapeva assolutamente nulla di tutta la faccenda, e vedendo che era troppo allarmata anche solo per capire le sue parole gentili, disse ai servi:
«Mettete questa ragazza in una delle portantine e portateci a casa».
I servi obbedirono Quando la principessa si trovò chiusa nella portantina, senza sapere dove si trovava, pensando a quanto sarebbe stato terribile per sua sorella tornare a casa e scoprire che era scomparsa, decise, se possibile, di lasciare un segno per indicarle la strada che aveva preso. Al suo collo c’erano molti fili di perle. Li sciolse e, facendo a pezzetti il suo sari, legò una perla in ogni pezzetto di sari, in modo che potesse essere abbastanza pesante da cadere a terra; e così continuò a far cadere una perla e poi un’altra e un’altra e un’altra ancora, fino a quando raggiunse il palazzo dove vivevano il Rajah e la Ranee, il padre e la madre del principe. Buttò giù l’ultima perla rimasta proprio quando raggiunse il cancello del palazzo. Il vecchio Rajah e la Ranee furono felici di vedere la bella principessa che il loro figlio aveva portato a casa, e quando ascoltarono la sua storia, dissero:
«Ah, poverina! che storia triste! ma ora che è venuta a vivere con noi, faremo tutto il possibile per renderla felice».
E la fecero sposare al figlio con grande sfarzo e cerimonia, e le regalarono ricchi abiti e gioielli, e furono molto gentili con lei. Ma la principessa rimase triste e infelice, perché pensava sempre a sua sorella, eppure non riuscì a trovare il coraggio di supplicare il principe o suo padre di mandarla a prendere e portarla a palazzo.
Nel frattempo la principessa più giovane, che era fuori con le greggi e le mandrie quando il principe le aveva portato via la sorella, era rientrata a casa. Quando tornò, trovò la porta spalancata e nessuno in piedi sulla porta. Pensò che era molto strano, perché sua sorella veniva sempre alla porta tutte le sere per andarle incontro al suo ritorno. Andò al piano di sopra, ma la sorella non c’era, tutta la casa era vuota e deserta. Dovette rimanere da sola, perché era scesa la sera, ed era impossibile uscire a cercarla con qualche speranza di successo. Così aspettò per tutta la notte piangendo:
«Qualcuno è stato qui e me l’hanno rapita, mi hanno rapito il mio tesoro! Oh, sorella! sorella!»
La mattina dopo, molto presto, uscendo per continuare la ricerca, trovò una delle perle della collana della sorella legata in un piccolo pezzo di sari, un po’ più in là ne ce n’era un’altra, e un’altra ancora, lungo tutta la strada che il principe aveva percorso. Allora la principessa capì che la sorella aveva lasciato questa traccia per guidarla, e si mise subito in cammino per ritrovarla. Andò molto, molto lontano, un viaggio di sei mesi attraverso la giungla, perché non poteva viaggiare veloce, i numerosi giorni di cammino la stancavano tanto, e a volte le occorrevano due o tre giorni per trovare il successivo pezzo di sari con la perla. Finalmente si avvicinò a una grande città, dove era evidente che era stata portata la sorella. Ora, questa giovane principessa era davvero molto bella – tanto bella quanto saggia – e avvicinandosi alla città pensò tra sé:
“Se la gente mi vedesse, potrebbe portarmi via, come hanno fatto con mia sorella, e allora non la ritroverei più. Quindi mi travestirò”.
Mentre così pensava, vide sul ciglio della strada il cadavere di una povera vecchia mendicante, evidentemente morta di stenti e di povertà. Il corpo era raggrinzito, e non ne rimaneva nulla, se non la pelle e le ossa. La principessa prese la pelle e la lavò, poi la distese adattandola sul suo bel viso e al suo collo, disegnandosi un guanto sulla mano. Poi prese un lungo bastone e, appoggiandosi a esso, cominciò a zoppicare avvicinandosi alla città. La pelle della vecchia era tutta grinzoasa e rinsecchita, e la gente di passaggio pensava solo: “Che orribile vecchiaccia”, e non si sognava certo che la pelle fosse falsa e sotto ci fosse una bella ragazza. Così camminava, raccogliendo le perle – una qui, una là – finché non trovò l’ultima perla proprio davanti al cancello del palazzo. Allora si sentì sicura che sua sorella fosse vicina, ma non sapeva dove. Desiderava tanto entrare nel palazzo e chiedere di lei, ma nessuna guardia avrebbe lasciato entrare una vecchia dall’aspetto così miserabile, e non osava offrire loro una delle perle che aveva con sé, perché non pensassero che fosse una ladra. Così decise semplicemente di rimanere il più vicino possibile al palazzo e aspettare che la fortuna la favorisse facendole scoprire qualcosa di più sulla sorte della sorella. Proprio di fronte al palazzo c’era la piccola casa di un contadino, e la principessa le si avvicinò e si fermò alla porta. La moglie del contadino la vide e disse:
«Povera vecchia, chi sei? Cosa vuoi? Perché sei qui? Non hai amici?»
«Ahimè, no!» rispose la principessa. «Sono una povera vecchia e non ho né padre né madre, né figlio né figlia, né sorella né fratello che si prendano cura di me; tutti se ne sono andati, e posso solo mendicare il mio pane di porta in porta».
«Non affliggerti, buona donna», rispose gentilmente la moglie del contadino. «Puoi dormire al riparo della nostra veranda, e ti darò del cibo».
Così la principessa rimase lì per quella notte e per molte altre; e ogni giorno la buona moglie del contadino le diede da mangiare. Ma per tutto questo tempo non poté sapere nulla della sorella.

Ora vicino al palazzo c’era una grande vasca, in cui crescevano delle belle piante di loto, coperte di ricchi loti cremisi – il fiore reale – e il Rajah era molto affezionato a queste piante e le apprezzava molto. La Principessa andava ogni mattina a questa vasca (perché era la più vicina alla casa del contadino), molto presto, quasi prima che facesse giorno, verso le tre, per togliersi la pelle della vecchia e lavarla, stenderla ad asciugare, lavarsi il viso e le mani, bagnarsi i piedi nell’acqua fresca e pettinarsi i bei capelli. Poi raccoglieva un fiore di loto (come era stata abituata a portare nei capelli da bambina) e se lo metteva, in modo da sentirsi di nuovo se stessa per qualche minuto. Facendo questo si divertiva. Poi, non appena il vento aveva asciugato la pelle della vecchia, se la rimetteva, gettava via il fiore di loto e tornava zoppicando fino alla porta del contadino prima che il sole sorgesse.
Dopo qualche tempo il Rajah scoprì che qualcuno aveva raccolto alcuni dei suoi fiori di loto preferiti. Delle persone furono mandate a guardare, e tutti i saggi del regno unirono le loro teste per cercare di scoprire il ladro, ma senza successo. Infine, essendo l’eccitazione per questa faccenda molto grande, il secondo figlio del Rajah, un giovane principe nobile e coraggioso (fratello di colui che aveva trovato la principessa maggiore nella foresta) disse:
«Scoprirò certamente questo ladro».
Per caso intorno alla vasca crescevano diversi alberi di alto fusto. Una sera il giovane principe si arrampicò su uno di questi (dopo aver costruito una specie di leggero tetto di paglia su due rami, per proteggersi dall’abbondante rugiada), e lì rimase a guardare per tutta la notte, ma senza avere più successo di chi lo aveva preceduto. Le piante di loto giacevano ancora al chiaro di luna, senza che neppure il vento venisse a danneggiare uno dei fiori. Il principe cominciò ad avere molto sonno e pensò che il colpevole, chiunque fosse, non aveva intenzione di tornare, quando, di buon mattino, prima che facesse giorno, chi vide avvicinarsi alla vasca? Quella vecchia che aveva visto spesso vicino al cancello del palazzo.
“Aha!” pensò il Principe, “allora è questo il ladro, ma cosa può voler fare questa strana vecchia con i fiori di loto?”
Immaginate il suo stupore quando la vecchia si sedette sui gradini della vasca e cominciò a strapparsi la pelle dal viso e dalle braccia, e da sotto la pelle gialla e raggrinzita spuntò il più splendido viso che avesse mai visto! Così bella, così fresca, così giovane, così attraente che, apparendo all’improvviso, abbagliò gli occhi del principe come un lampo dorato.
“Ah”, pensò, “è una donna o uno spirito? un diavolo o un angelo travestito?”
La principessa si attorcigliò i lucenti capelli neri e, spiccato un loto rosso, lo mise tra di essi, dilettandosi con i piedi nell’acqua e adornandosi il collo un filo di perle che era stato la collana della sorella. Poi, mentre il sole sorgeva, gettò via il loto e, coprendosi di nuovo il viso e le braccia con la pelle raggrinzita, se ne andò in fretta e furia. Quando il principe tornò a casa, la prima cosa che disse ai genitori fu:
«Padre! madre! Desidero sposare quella vecchia che sta tutto il giorno al cancello del contadino, proprio qui di fronte!»
«Cosa?» escalamrono, «questo ragazzo è pazzo! Sposare quella vecchia rinsecchita! Non puoi, sei il figlio di un re. Non ci sono abbastanza regine e principesse al mondo, per desiderare di sposare una miserabile vecchia mendicante?»
Ma il principe rispose:
«Desidero sopra ogni cosa sposare quella vecchia. Sapete che sono sempre stato un figlio rispettoso e obbediente. Per questo, vi prego, esaudite il mio desiderio».
I genitori, vedendo che era davvero convinto e che nulla di ciò che potevano dire gli avrebbe fatto cambiare idea, esaudirono le sue pressanti suppliche – non però senza molto dolore e disappunto – e mandarono fuori le guardie, per portare la vecchia (che in realtà era la principessa sotto mentite spoglie) a palazzo, dove si sarebbe sposata con il principe in privato e con il minor cerimoniale possibile, perché la famiglia si vergognava di quel matrimonio.
Appena concluso il matrimonio, il principe disse alla moglie:
«Mia dolce sposa, dimmi, per quanto tempo ancora intendi indossare quella vecchia pelle? Faresti meglio a toglierla, sii così gentile».
La principessa si chiese come sapesse del suo travestimento, o se fosse solo una sua congettura, e pensò:
“Se mi tolgo questa brutta pelle, mio marito mi troverà bella, mi rinchiuderà a palazzo e non mi lascerà mai andare via, così non potrò più ritrovare mia sorella. No, è meglio che non me la tolga».
Così rispose:
«Non so cosa intendi dire. Io sono come mi hanno fatto diventare tutti questi anni, nessuno può cambiare la propria pelle».
Allora il principe finse di essere molto arrabbiato e disse:
«Togliti subito quell’orribile travestimento, o ti uccido».
Ma lei si limito’ a chinare il capo, dicendo:
«Uccidimi allora, ma nessuno può cambiare la propria pelle».
E borbottava queste parole, come se fosse una donna molto anziana, che aveva perso tutti i denti e non sapeva parlare chiaro. Di questo il Principe rideva molto tra sé, e pensava,
“Aspetterò e vedrò quanto resiste”.
Ma la principessa continuò a tenere la pelle della vecchia; solo ogni mattina, verso le tre, prima che facesse giorno, si alzava, la lavava e la rimetteva. Poi, qualche tempo dopo, il principe che aveva scoperto tutto questo, si alzò senza far rumore una mattina presto, e la seguì nella stanza accanto, dove aveva lavato la pelle e l’aveva messa sul pavimento ad asciugare, la rubò, corse via e la gettò nel fuoco. Così la principessa, non avendo più la pelle della vecchia da indossare, fu costretta a presentarsi con il suo vero aspetto. Mentre camminava, molto triste per la mancanza del suo travestimento, il marito le corse incontro, sorridendo e dicendo:
«Come stai, mia cara? Dov’è adesso la tua pelle? Non puoi togliertela, cara?»
Ben presto tutto il palazzo sentì la lieta notizia della bella e giovane moglie che il principe aveva conquistato; e tutto il popolo, quando la vide, esclamò:
«È uguale alla bella principessa che il nostro giovane Rajah ha sposato, la signora della giungla».
Il vecchio Rajah e la Ranee furono orgogliosi della nuora e la presentarono alla moglie del figlio maggiore. Non appena la principessa entrò nella stanza della cognata, si rese conto che aveva ritrovato la sorella perduta, e si gettarono l’una nelle braccia dell’altra. Grande allora fu la gioia di tutti, ma le più felici furono le due principesse.


Note
Il termine sanscrito rakṣas intende, nelle religioni induista e buddhista, quegli spiriti disturbatori e malefici che avviano le loro attività demoniache in particolar modo la notte (cfr, ad esempio, Manusmṛti, III, 280) (Wikipedia)

Testo originale in:
https://www.gutenberg.org/files/19461/19461-h/19461-h.htm#The_Rakshass_Palace.

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